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Dalla P2 alle stragi, i segreti che Francesco Pazienza porta via con sé

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Il faccendiere è morto a 79 anni. Il crac dell’Ambrosiano, i legami con Calvi e Gelli: sempre al centro degli scandali
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È morto Francesco Pazienza, e con lui un intero catalogo d’ombre, doppifondi, menzogne e verità che non hanno mai trovato il sole. Settantanove anni, il viso di uno che sa troppe cose e che non ha mai detto tutto. Si è spento in una villa sul Golfo dei Poeti, a Lerici, luogo ironico per chi ha attraversato la vita come un incubo kafkiano, e ha scritto capitoli inconfessabili della storia italiana.

Pazienza non era solo un ex agente del Sismi, il servizio segreto militare. Era il faccendiere per eccellenza, la cerniera fra potere legale e poteri occulti. Un uomo che ha saputo troppo, parlato a tratti, manipolato sempre. Per capirlo bisognerebbe tornare indietro, negli anni Settanta e Ottanta, nel ventre molle della Repubblica, tra logge massoniche deviate, …

È morto Francesco Pazienza, e con lui un intero catalogo d’ombre, doppifondi, menzogne e verità che non hanno mai trovato il sole. Settantanove anni, il viso di uno che sa troppe cose e che non ha mai detto tutto. Si è spento in una villa sul Golfo dei Poeti, a Lerici, luogo ironico per chi ha attraversato la vita come un incubo kafkiano, e ha scritto capitoli inconfessabili della storia italiana.

Pazienza non era solo un ex agente del Sismi, il servizio segreto militare. Era il faccendiere per eccellenza, la cerniera fra potere legale e poteri occulti. Un uomo che ha saputo troppo, parlato a tratti, manipolato sempre. Per capirlo bisognerebbe tornare indietro, negli anni Settanta e Ottanta, nel ventre molle della Repubblica, tra logge massoniche deviate, banchieri impiccati, stragi senza mandanti e segreti inconfessabili custoditi nei cassetti dei servizi.

Pazienza, pugliese, consulente rampante prima, agente parallelo poi, era una di quelle figure che non esistono nei manuali del diritto ma governano pezzi interi della realtà. Lo hanno presentato sempre così: «Uomo dei misteri italiani». È riduttivo. Pazienza era il collettore tra il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi, e Roberto Calvi, il “banchiere di Dio” finito appeso sotto un ponte di Londra. Gli affari che passavano da lui erano fiumi carsici che legavano Vaticano, politica, mafia e finanza nera. Lo capì subito chi lo incrociò: era uno che si muoveva tra piani invisibili. Aveva molti passaporti con diverse identità, conti off-shore, conoscenze trasversali, una lingua biforcuta e un fiuto infallibile per l’intrigo.

Quando la Loggia P2 esplose in Parlamento, fu travolto anche lui. Scappò. Seychelles, Panama, New York. Il profilo del latitante professionista. Diceva di essere vittima di una congiura. Forse lo era davvero, ma anche carnefice. Arrestato nel marzo 1985 a New York su richiesta della procura di Milano per bancarotta fraudolenta, cominciò da lì la sua parabola discendente. Memoriali, confessioni a metà, rivelazioni calibrate a seconda delle convenienze.

Era nel suo elemento: l’ambiguità. Fu estradato per il crack del Banco Ambrosiano, ma i capi d’accusa si allungarono presto: estorsioni, depistaggi, calunnie, strage. Bologna 2 agosto 1980. Una valigia piena di esplosivo ritrovata su un treno. Un depistaggio orchestrato, come ci dicono le sentenze, da lui insieme a Licio Gelli, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. L’obiettivo: incanalare le indagini verso estremisti di destra stranieri, per proteggere chissà chi.

Pazienza venne condannato a dieci anni per calunnia aggravata. Un depistaggio per costruire una falsa pista investigativa. Eppure, non era solo un truffatore di lusso o un bugiardo seriale. Pazienza incarnava lo spirito malato di una stagione in cui il confine tra Stato e antistato era poroso. Dove l’ordine democratico veniva difeso e sabotato dagli stessi uomini. E Pazienza, a suo modo, fu un soldato di quella guerra sporca.

Lo ritroviamo, anni dopo, a parlare di versamenti in nero a imprenditori democristiani, di fondi occulti di Calvi diretti a Giulio Andreotti, di nomi (Badalamenti, Vitalone, D’Amato) che odorano di catacombe. Fu ascoltato pochi anni fa per la nuova inchiesta sulla strage di Ustica, per la scomparsa di Emanuela Orlandi, per il sequestro Cirillo. Sempre vicino ai misteri. Sempre dentro, sempre a lato. Mai davvero colpevole di tutto, mai del tutto innocente. Come se la sua figura servisse più per confondere che per chiarire.

Nell’aula del processo Enimont si presenta con fare teatrale a salutare il pm Antonio Di Pietro, sostenendo di avergli salvato la vita. In ogni processo, un colpo di scena. In ogni interrogatorio, una miccia accesa. Era uno che seminava dubbi come altri seminano denaro. Il suo capitale era l’opacità. Ora è morto. Ma come tutti quelli che hanno abitato il sottosuolo del potere, lascia dietro di sé una scia di documenti, memorie, allusioni, e soprattutto, domande.

Non sapremo mai quanto ha detto per salvarsi e quanto per vendicarsi. Né se il suo silenzio, a tratti ostinato, sia stato paura o calcolo. Francesco Pazienza è stato l’uomo che ha trasformato l’Italia degli anni di piombo e dei misteri in una partita a scacchi tra apparati, logge e interessi sovranazionali. Un interprete tragico del lato oscuro della prima Repubblica. Adesso Francesco Pazienza è morto. Forse con lui muore un pezzetto di verità che non conosceremo mai. Ma chi sa leggere la storia dietro le ombre, riconoscerà nella sua figura un simbolo: di quanto sia stata lunga, ambigua e devastante la stagione in cui la verità era un optional, e la menzogna, una forma di potere.

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