Quattro gruppi, un’unica rete speranza, l’unica speranza per migliaia di rifugiati per lo più afghani, pakistani, iraniani, curdi, siriani, in assenza di canali rapidi, legali e sicuri costretti ad affrontare un viaggio pericoloso su velieri pieni all’inverosimile. Venticinque persone sono state arrestate e 43 indagate con l’accusa di far parte di una rete in grado di far partire decine di barche a vela, che dal 2017 al 2022 sono arrivate o sono state individuate al largo di Roccella Jonica.
Molti sono i capitani dei velieri, per lo più ucraini, georgiani e moldavi, ma secondo indiscrezioni per la prima volta in Italia fra arrestati e indagati ci sarebbero anche broker e organizzatori turchi che lavorano sulla rotta del Mediterraneo orientale. Quella in barca a vela è la via di fuga più costosa, ma viene ritenuta quella più sicura, per questo a sceglierla sono spesso interi gruppi familiari, con più generazioni che salgono a bordo solo con l’idea di lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da capo in un Paese diverso e sicuro.
Viaggi costosi, ma ugualmente pericolosi, gestiti da un’organizzazione in grado – ha scoperto la procura antimafia di Reggio Calabria diretta da Giuseppe Lombardo– di curare tutte le fasi del viaggio, dai porti della Turchia alla costa jonica reggina.
È il risultato di un’indagine lunga, coordinata dalla procura di Reggio Calabria, con il supporto di Direzione nazionale antimafia e Eurojust, partita nel 2019 sulla scia di precedenti inchieste come “Dolphins” e costruita dalla squadra mobile, con il supporto dello Sco, Europol e Interpol, mettendo insieme le testimonianze di chi arriva e di quel viaggio presenta persino le ricevute, “regolarmente” registrate in agenzie hawala o di money transfer, spesso di Smirne.
Un giro d’affari di circa dieci milioni di euro – questa la cifra stimata grazie all’analisi di centinaia di transazioni finanziarie estero su estero, di cui 3,3 milioni sono stati sequestrati.