Alberto Trentini, parla il compagno di cella: “Legati, incappucciati e torturati. È un inferno”
di Giuliano Foschini“Ci legavano alla sedia. Un cappuccio sulla testa. Ammanettato, una pistola puntata alla testa. Una tortura psicologica continua. Alberto Trentini una volta mi ha detto: “Questo posto non ti uccide in un giorno, ma ti cambia in silenzio”. Aveva ragione”.
Quest’uomo è uscito da poco tempo dalla prigione di El Rodeo, in Venezuela. La stessa dove dal 5 novembre del 2024 è rinchiuso il cooperante italiano Alberto Trentini. Lo ha incontrato, lo ha conosciuto, ha condiviso la cella. Oggi quest’uomo (la cui identità Repubblica conosce e che tiene riservata per ragioni di sicurezza), vive in Europa, in Svizzera. Nella voce, nelle parole, conserva l’orrore di El Rodeo.
“Alberto non lo conoscevo. L'ho visto arrivare a Boleíta, nella Direzione di controspionaggio militare dove io ero stato trasferito dopo un primo periodo a El Rodeo I. Due giorni dopo siamo stati trasferiti a El Rodeo, e ho potuto conoscerlo meglio. Era diverso dagli altri, stava sulle sue. Parlava poco, ascoltava molto. All’ini…
“Ci legavano alla sedia. Un cappuccio sulla testa. Ammanettato, una pistola puntata alla testa. Una tortura psicologica continua. Alberto Trentini una volta mi ha detto: “Questo posto non ti uccide in un giorno, ma ti cambia in silenzio”. Aveva ragione”.
Quest’uomo è uscito da poco tempo dalla prigione di El Rodeo, in Venezuela. La stessa dove dal 5 novembre del 2024 è rinchiuso il cooperante italiano Alberto Trentini. Lo ha incontrato, lo ha conosciuto, ha condiviso la cella. Oggi quest’uomo (la cui identità Repubblica conosce e che tiene riservata per ragioni di sicurezza), vive in Europa, in Svizzera. Nella voce, nelle parole, conserva l’orrore di El Rodeo.
“Alberto non lo conoscevo. L'ho visto arrivare a Boleíta, nella Direzione di controspionaggio militare dove io ero stato trasferito dopo un primo periodo a El Rodeo I. Due giorni dopo siamo stati trasferiti a El Rodeo, e ho potuto conoscerlo meglio. Era diverso dagli altri, stava sulle sue. Parlava poco, ascoltava molto. All’inizio pensavo volesse solo fari i fatti suoi, poi ho capito che era un modo per sopravvivere. Nei momenti più duri, e ce ne sono stati tanti, era uno di quelli che non ti voltava mai la faccia”.
Com’è stare a El Rodeo?
“Un inferno. Non era un carcere, era un quartiere. Ogni padiglione aveva le sue regole, e le regole le faceva chi aveva le armi. Io ho dormito per mesi su un lenzuolo appoggiato al cemento. I topi ti passano vicino alla faccia. Ti ci abitui. L’acqua arrivava due volte al giorno, per venti minuti. Se non eri sveglio, restavi senza. Una volta un ragazzo colombiano ha provato a scappare. Lo hanno trovato dopo due ore. Lo hanno riportato dentro e lo hanno lasciato lì, davanti a noi, come un avviso. Si hanno 45 minuti d’aria tre volte alla settimana. Per il resto non si può fare nulla. C’è soltanto la speranza di tornare a casa, ma non si sa come né quando”.
Vi picchiavano?
“Le guardie ti entrano nella testa. Sono in grado di ridere con te e qualche minuto dopo di torturarti. Non le vedi mai in faccia perché hanno sempre il volto coperto ma seguono ogni tuo movimento. Una volta un detenuto mi mi ha chiesto se secondo me ci stavano seguendo. Gli ho detto: “Qui ci seguono tutti, anche i topi”. A me, per esempio, hanno cercato spesso di estorcere confessioni false: mi legavano, incappucciavano, puntavano pistole alla testa. Sono ossessionati dai complotti terroristici anti Maduro. Io ho chiesto più di una volta di vedere il mio ambasciatore. “Non siamo in Europa” mi dicevano, come per umiliarci”.
Ricorda se anche Alberto chiedeva di parlare con il suo ambasciatore?
“Possibile. Alberto è un grande fumatore e quando abbiamo avuto la possibilità di parlare dell’Italia spesso faceva riferimento ai suoi genitori. Una volta ha detto a un secondino: “In Italia c’è mia madre che non sa nemmeno se sono vivo…”. Quello gli ha riso in faccia. Alberto era in ansia per loro, perché sono anziani. E lui è figlio unico. Oggi a loro voglio dire di non perdere la speranza e di avere pazienza: Alberto sta bene, è forte”.
Parlavate della liberazione alle volte?
“Non parlavamo mai di uscire. L’uscita era una parola pericolosa. A El Rodeo la prima cosa che capisci è che il tempo non serve. Ti svegli col rumore, con l’odore, col caldo. Non esistono più i giorni”.
Lei perché è stato arrestato?
“Credetemi, senza alcun motivo. Come Alberto. Siamo stati presi in quaranta, tutti stranieri. Non ci hanno dato alcuna spiegazione. Quando ci hanno portato davanti ai tribunali hanno parlato di "terrorismo" e "cospirazione" abbiamo capito di essere tutti innocenti. In fondo siamo pedine di scambio. E centrano le sanzioni contro Caracas e tutti i problemi politici del Venezuela”.
Com’è stato liberato?
“La trattativa è stata portata avanti dal ministero degli Affari esteri della Svizzera. Per Caracas possono decidere solo in tre: il presidente Nicolás Maduro, il ministro dell'Interno Diosdado Cabello o il ministro della Difesa Vladimir Padrino López. È stato uno di loro a portarmi nella residenza dell'ambasciatore. È stato soltanto il mio governo a far qualcosa: ci sono tanti avvocati dentro il Paese, che chiedono soldi in cambio di informazioni, ma queste strade parallele rischiano di rivelarsi fasulle”.
Crede che Alberto possa tornare a casa presto?
“Lo spero. Il carcere ti mangia solo se lo guardi in faccia. Io ho imparato a guardare solo i piedi. Quando ho rivisto il cielo da uomo libero, ho pensato che lì dentro nessuno dovrebbe restarci. Nemmeno i colpevoli”.