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L’ultimo volo di Felix che si tuffò sulla Terra dai confini dello spazio

YASSER AL-ZAYYAT / AFP

 

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Baumgartner, morto per un malore nelle Marche, in una domenica di ottobre del 2012 decise di uscire da una capsula portata a un’altitudine di quasi 40 chilometri per iniziare una caduta libera verso la Terra
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Diceva che non si può sempre saltare giù. Lui l’aveva fatto dallo spazio, anzi dalla stratosfera. Buttandosi con i piedi, in verticale. Il suo trampolino era stato a 38.969 metri di altitudine. Molto, ma molto più alto della cima dell’Everest, quasi cinque volte di più. Raccontava che quel tuffo restava la sua firma sul mondo, un capolavoro di questo secolo, ma che lui cercava altri modi di vivere. Non era un drogato di adrenaline e di sfide estreme, gli piaceva anche la Terra. Chissà forse avrà avuto nostalgia dell’aria. Felix Baumgartner, skydiver e paracadutista austriaco, è morto a 56 anni. Era in vacanza nelle Marche, gli è stato fatale un lancio effettuato a Porto Sant’Elpidio, vicino a Fermo. L’atleta si è lanciato con il parapendio ma durante il volo è stato colto da un malore, ha perso il controllo, è precipitato su una struttura dove in piscina c’erano molti bambini. Forse il suo ultimo gesto è stato quello di evitarli, scegliendo di cadere su una cabina di legno le cui sche…

Diceva che non si può sempre saltare giù. Lui l’aveva fatto dallo spazio, anzi dalla stratosfera. Buttandosi con i piedi, in verticale. Il suo trampolino era stato a 38.969 metri di altitudine. Molto, ma molto più alto della cima dell’Everest, quasi cinque volte di più. Raccontava che quel tuffo restava la sua firma sul mondo, un capolavoro di questo secolo, ma che lui cercava altri modi di vivere. Non era un drogato di adrenaline e di sfide estreme, gli piaceva anche la Terra. Chissà forse avrà avuto nostalgia dell’aria. Felix Baumgartner, skydiver e paracadutista austriaco, è morto a 56 anni. Era in vacanza nelle Marche, gli è stato fatale un lancio effettuato a Porto Sant’Elpidio, vicino a Fermo. L’atleta si è lanciato con il parapendio ma durante il volo è stato colto da un malore, ha perso il controllo, è precipitato su una struttura dove in piscina c’erano molti bambini. Forse il suo ultimo gesto è stato quello di evitarli, scegliendo di cadere su una cabina di legno le cui schegge hanno ferito una ragazza che non è in gravi condizioni. Per lui invece niente da fare.

Felix in una domenica di ottobre del 2012 decise di uscire da una capsula portata a un’altitudine di quasi 40 chilometri per iniziare una caduta libera verso la Terra che gli permise di diventare il primo uomo al mondo a infrangere il muro del suono senza bisogno di un velivolo. A 1.342,8 chilometri orari. Un proiettile umano, supersonico per 30 secondi. Il bang si sentì benissimo nel deserto del New Mexico dove lui atterrò con il paracadute, ma anche nella diretta streaming dove c’erano 8 milioni di persone collegate (non proprio live, una differita di 20” garantiva l’esclusione di un’eventuale morte in diretta).

Non era Il Giro del Mondo in 80 giorni di Jules Verne, ma la nuova avventura millennial: quattro minuti e venti secondi di crepacuore. L’uomo che cadde sulla Terra, titolò qualcuno. L’impresa sponsorizzata dalla Red Bull che realizzò anche un documentario (Space Jump) aveva avuto bisogno di due anni di preparazione. Con un problema che sembrava insormontabile: la claustrofobia di Felix che un anno prima era fuggito in lacrime dall’allenamento. «Per scendere, bisogna salire. E tre ore nella navicella, imprigionato nello scafandro da astronauta, mi mandavano in crisi. Dovetti andare in terapia da uno psichiatra che mi ha aiutò a superare l’ansia. Lo dico a tutti: non vergognatevi delle paure, fatevi aiutare, non sempre ce la facciamo da soli».

Baumgartner aveva 43 anni allora, faceva lo stuntman e il paracadutista estremo, quelli che si buttano dalle Petronas Towers di Kuala Lampur in Malesia. Non era uno sbruffone, né un supereroe, capivi che aveva provato dubbi e paura, e aveva apprezzato la domanda di una giornalista: non si è vergognato a far soffrire così tanto sua madre che era lì a guardarla? Ammetteva di non averci pensato e si era scusato con queste parole: «Se non avessi provato quella caduta libera, sarei rimasto infelice per tutta la vita. A cinque anni ho fatto un disegno: io nel cielo che volo da una navicella. Era il mio sogno da sempre». Sull’avambraccio aveva scritto: born to fly. Tante cose erano andate storte quel giorno: la sua visiera si appannò e a un certo punto diventò un puntino impazzito che roteava. «Riuscii a uscire da quel vortice allargando lentamente il braccio, ero un paracadutista acrobatico, ma quello che temevamo era l’ebollizione del sangue».

Non era un pazzo che flirtava con la morte tanto che prima di buttarsi restò fermo sul gradino della capsula per 30 secondi. «Ero sulla porta spalancata, non sarei più potuto rientrare, avevo una check-list di 43 elementi da controllare: 15 telecamere sulla capsula e 5 su di me. Avevo incontrato molti astronauti e soprattutto Neil Armstrong che mi aveva rassicurato: resta concentrato sul lavoro da fare».

Penserete chissà che feste dopo essere diventato l’uomo dei record. Felix invece sorprese tutti, rifiutò il piedistallo. Scappò dalla base, vide l’alba nel deserto e se ne andò tutto solo a bere un caffè in un bar di Albuquerque. Diceva che nel mondo c’era troppa negatività. «Bisogna incoraggiare chi sogna, chi ha energie, e soprattutto chi le allena. Perché senza disciplina non vai da nessuna parte. Noi abbiamo offerto a chi non era ancora nato nel 1969 la possibilità di assistere dal vivo ad un altro tipo di allunaggio. In modo da regalare alle nuove generazioni la loro impresa».

Baumgartner si era messo la gloria alle spalle e subito dopo si era ritirato dalle sfide estreme (anche se gli piaceva ancora guidare l’elicottero in modo poco convenzionale). Aveva guardato il nostro mondo da lassù e aveva capito: «A volte devi andare in alto per vedere meglio quello che c’è in basso. La terra e tutto il suo blu mi è parsa minuscola, mi sono reso conto che viviamo in una pianeta delicato, che va protetto e non distrutto, perché è l’unico che abbiamo». È l’ultima cosa che ha visto.

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