China connection Prato

Negozi trasformati in banche clandestine, un’economia sommersa e valigie cariche di contanti che fanno la spola tra l’Italia e Hong Kong. E poi la guerra. A colpi di pistola. Dopo Roma e Milano, il viaggio nella mala cinese termina a Prato, città simbolo del caporalato dove è nata e si è radicata la mafia di Pechino in Italia

di Luca Serranò, Andrea Vivaldi e coordinamento editoriale di Chiara Nardinocchi

Nasce a Roma, all’ombra dei palazzi del potere. Cresce in silenzio, si sposta a Milano, si infiltra nei gangli dell’economia legale. Poi sceglie Prato come base operativa. La mafia cinese è qui da quasi quarant’anni. Ha lavorato nell’ombra. Ha costruito imperi senza fare rumore. Droga, prostitute, fabbriche fantasma, merci false. E soprattutto riciclaggio.
Denaro che scorre sotto traccia. Dall’Italia alla Cina. Miliardi che modificano le mappe del potere economico globale. Mai uno scontro con le mafie nostrane. Solo affari.
Fino a quando il silenzio si rompe.

Un boato, il fuoco, i capannoni sventrati. E un’auto scura che si allontana.

La notte tra il 15 e il 16 febbraio scorsi segna un punto definitivo di rottura negli equilibri della mala cinese di Prato, e l’inizio di una nuova fase nella cosiddetta guerra delle grucce. Tre attacchi in fotocopia, due a Prato uno a Campi Bisenzio, contro aziende della logistica riconducibili al cartello di imprese che fa capo al vecchio boss Zhang Naizhong, alias “l’uomo nero”, e al figlio Zhang Di.

Attentati in pieno stile mafioso, con un armamentario da 007 (usati ordigni a base di etanolo e benzene), arrivati dopo mesi di tensioni e violenze. E che danno il via a un’ulteriore escalation, ben oltre i confini del distretto pratese: il 28 febbraio, alle porte di Madrid, viene devastata un’area di circa 8.000 metri quadrati di un’azienda di logistica, il 10 marzo va a fuoco la Cga Transport, in un sobborgo di Parigi (in quest’ultimo caso con l’invio di un pacco esplosivo).

Poi pestaggi, spedizioni punitive, uomini e donne ridotti in fin di vita, fino al duplice omicidio di Dayong Zhang - storico “soldato” del boss dei boss- e della compagna Xiaoqing Gong, freddati lo scorso 14 aprile sulla porta di casa nel quartiere Pigneto a Roma. Al punto da spingere proprio il figlio di Naizhong a un passo senza precedenti: varcare l’ingresso del palazzo di giustizia di Prato e fare denuncia. Puntando il dito contro gli “scissionisti”, il cartello di imprese del settore delle grucce che insidia il suo impero e che pretende di allargarsi anche agli altri mercati. Non è un caso che proprio Prato sia il centro della guerra: è in questa provincia, crocevia di immigrazione, che sorge il più grande distretto tessile d’Europa, con migliaia di piccole aziende. Una terra che attira gli interessi anche della malavita per il controllo di settori merceologici che valgono una fortuna. 

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Supervisione Annalisa D'Aprile

Grafica e sviluppo Accenture