L’acqua bassa della laguna è chiara e corrente. I sentieri affondano nei boschi di tamerici, melograni e antiche viti. Nei canali nuotano i cefali, in fuga da martin pescatori e volpoche. Un silenzio fresco e vuoto avvolge l’ultima isola ignota al turismo. I vecchi della Giudecca, senza crederci, giurano che l’altra Venezia sia abitata dai fantasmi della peste di quattro secoli fa: Poveglia, dispersa a sud davanti alla bocca di Malamocco, invece è salva ed è un miracolo a cui nemmeno i veneziani ancora osano credere. «L’impossibile è successo — dice Fabrizia Zamarchi, presidente dell’associazione Poveglia per Tutti –: dal primo agosto saremo noi cittadini a creare e a curare il primo parco urbano partecipato nell’ex Serenissima».
La battaglia per il prodigio, oggi simbolo mondiale di una Venezia decisa a pensare un futuro comprensivo di esseri umani, ha preteso undici anni e l’impegno di oltre quaranta associazioni. «…
L’acqua bassa della laguna è chiara e corrente. I sentieri affondano nei boschi di tamerici, melograni e antiche viti. Nei canali nuotano i cefali, in fuga da martin pescatori e volpoche. Un silenzio fresco e vuoto avvolge l’ultima isola ignota al turismo. I vecchi della Giudecca, senza crederci, giurano che l’altra Venezia sia abitata dai fantasmi della peste di quattro secoli fa: Poveglia, dispersa a sud davanti alla bocca di Malamocco, invece è salva ed è un miracolo a cui nemmeno i veneziani ancora osano credere. «L’impossibile è successo — dice Fabrizia Zamarchi, presidente dell’associazione Poveglia per Tutti –: dal primo agosto saremo noi cittadini a creare e a curare il primo parco urbano partecipato nell’ex Serenissima».
La battaglia per il prodigio, oggi simbolo mondiale di una Venezia decisa a pensare un futuro comprensivo di esseri umani, ha preteso undici anni e l’impegno di oltre quaranta associazioni. «Nel 2014 — dice Andrea Barina, tessera numero uno dell’associazione — l’Agenzia del demanio mise la concessione dell’isola all’asta con base zero. Doveva finire come sempre: isole, terreni e palazzi venduti a colossi stranieri degli hotel e affaristi privati. Per partecipare alla gara bastava una cauzione di 20mila euro: per rabbia e per gioco abbiamo provato a convincere 200 veneziani a versare 99 euro a testa per comprarsi il rifugio estremo della propria anima». Slogan: 99 euro per 99 anni. La sfida, nata nello storico bar Palanca, è sfuggita di mano. In un mese, per impedire che anche Poveglia fosse trasformata in un inaccessibile albergo, hanno messo la mano in tasca 4600 persone di ogni angolo del pianeta. «Ci siamo svegliati con un tesoretto di 460 mila euro — dice Patrizia Veclani — e con una comunità piena di competenze professionali di qualità. È stato possibile, tra abbandono pubblico del territorio e successiva svendita di un bene collettivo svalutato, pensare a una terza via capace di illuminare un paradosso globale: pezzi di città riacquistati dai cittadini pur di non perderli». C’era un problema: su Poveglia aveva posato lo sguardo Luigi Brugnaro, imprenditore del Gruppo Humana, pronto per farsi eleggere sindaco per un decennio. Già in campagna elettorale, offrì 513 mila euro. Poco più dei suoi concittadini: non abbastanza, per uno Stato spinto in allarme per la propria immagine.
La festa della Sagranomala, un’iniziativa dei veneziani sull’isola disabitata
Il piccolo arcipelago degli spettri, sette ettari su tre isole un tempo usate per difendere la Repubblica dei dogi, poi per le quarantene dei naviganti, infine per le cure della mente e dei vecchi, tornò così a rimbalzare tra il no di un burocrate e il vediamo di un tecnico. I veneziani insistevano e le istituzioni, dominate da politica e affari, resistevano aggrappandosi ai cavilli. Due i ricorsi al Tar vinti dall’associazione Poveglia per Tutti: l’ultimo due anni fa, quando i giudici hanno chiesto allo Stato di motivare il rifiuto di permettere ai veneziani di prendersi cura di un bene abbandonato che appartiene a loro. «Nel frattempo — dice Leda Maiello, coautrice di una tesi di laurea sull’attivismo popolare, diventata un caso di studio internazionale — non siamo rimasti fermi. A Poveglia, pagando al demanio 450 euro di affitto giornaliero, si sono organizzate assemblee, concerti, sagre, pulizie, feste per i bambini, corsi di voga e convegni per progettare insieme un futuro diverso per la laguna.
Si sono mossi giuristi, economisti, botanici, sociologi, architetti del paesaggio, psicologi: prima dell’isola-parco per Venezia è nata la resistenza di una comunità di veneziani decisi a continuare a vivere dove sono nati». Fino alla svolta: stop alla vendita e 3,5 ettari di isola, un tempo orti coltivati, restituiti alla gente fino al 2031 (concessione di sei anni rinnovabili) in cambio di 1160 euro all’anno. «Noi però — dice Sandro Caparelli, incaricato del progetto verde — lavoriamo sulla prospettiva lunga imposta da una natura stressata dal surriscaldamento del clima. Su Poveglia crescerà un parco selvatico ricco di storiche biodiversità, ma capace di adattarsi ai cambiamenti contemporanei: grazie alle università di Padova e Verona in autunno pianteremo anche una foresta edibile e un giardino di essenze aromatiche. Una piccola riserva sottomarina di acqua dolce permetterà di ricreare uno stagno per la nidificazione degli uccelli. È un patrimonio naturalistico affidato a tutti: qualunque sarà il futuro dell’isola, nessuno potrà ignorarlo, o distruggerlo».
La sfida di Poveglia, da cui dipende la rinascita di Venezia quale cuore vivo delle lagune adriatiche, è però solo all’inizio. «Mancano energia elettrica e acqua per l’irrigazione — dice Marta Canino dell’associazione Fie a maneta (ragazze che governano motori fuoribordo, ndr) — la possibilità di usare approdi, briccole e paline esistenti per gli ormeggi. Le prossime settimane saranno decisive per consentirci di rimettere liberamente piede sul pianeta magico della comune infanzia veneziana». Alternative? Fare la fine degli altri gioielli della laguna, da Sacca Sessola a San Servolo, da San Clemente a Le Grazie, cedute all’assalto turistico dei magnati, fondato sul cemento. «La politica sceglie la scorciatoia delle privatizzazioni — dice Margherita Brondino, docente di psicometria all’università di Verona — perché non misura l’impatto della valorizzazione dei beni pubblici. A Poveglia abbiamo costruito un metodo capace di quantificare il cambio di valore economico, ambientale, storico, culturale e psicosociale: un modello europeo offerto al demanio. La conclusione condivisa è che, a certe condizioni, un parco progettato e curato dalle persone arricchisce una città più di un’isola-hotel gestita da un fondo d’investimento”. Da sempre, a Venezia, alberi e giardini sono un lusso invisibile e segreto, riservato a pochi. La città galleggia su tronchi delle Dolomiti e pietre della Dalmazia. La sfida di Poveglia, dove le api sono tornate a impollinare i fiori caldi delle more, è regalare agli abitanti il sogno di una foresta aperta sull’isola che non c’era più. Chi resiste e rimane qui se lo merita.