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Allarme crolli sulle Dolomiti: “Evacuazioni e sentieri chiusi”

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Cima Falkner, del gruppo Brenta, è l’ultima a sgretolarsi. Escursioni e strade off limits, utilizzati scanner per capire lo stato del dissesto. “Movimenti rilevanti, ancora in corso”
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È l’estate dell’accelerazione che fa paura, quella in cui le nostre montagne, all’improvviso, perdono pezzi. Nelle ultime ore, tra boati e sgretolamenti, con detriti che cadono dalla vetta, a crollare sono state parti della parete di Cima Falkner sulle Dolomiti del Brenta. Tutti i sentieri sono stati immediatamente chiusi, interdette le vie ai rifugi. A segnalare il fenomeno anche il conduttore Giuseppe Cruciani il cui video ha fatto il giro dei social.

Domenica era toccato al Monte Pelmo dove una frana si è staccata dal versante nord: a meno di 500 metri dal punto del distacco c’erano diversi escursionisti, tutti per fortuna illesi, solo spaventati da una nube di polvere e detriti che si è dissolta dopo un quarto d’ora. Prima ancora a sgretolarsi erano state le rocce della Croda Marcora sopra San Vito di Cadore, con i soliti nuvoloni di polvere fino a fondovalle a lambire Cortina. E poi i distacchi dal “Re”, il monte Antelao, fango e pietre avvertiti a Cancia. Mai come quest’anno st…

È l’estate dell’accelerazione che fa paura, quella in cui le nostre montagne, all’improvviso, perdono pezzi. Nelle ultime ore, tra boati e sgretolamenti, con detriti che cadono dalla vetta, a crollare sono state parti della parete di Cima Falkner sulle Dolomiti del Brenta. Tutti i sentieri sono stati immediatamente chiusi, interdette le vie ai rifugi. A segnalare il fenomeno anche il conduttore Giuseppe Cruciani il cui video ha fatto il giro dei social.

Domenica era toccato al Monte Pelmo dove una frana si è staccata dal versante nord: a meno di 500 metri dal punto del distacco c’erano diversi escursionisti, tutti per fortuna illesi, solo spaventati da una nube di polvere e detriti che si è dissolta dopo un quarto d’ora. Prima ancora a sgretolarsi erano state le rocce della Croda Marcora sopra San Vito di Cadore, con i soliti nuvoloni di polvere fino a fondovalle a lambire Cortina. E poi i distacchi dal “Re”, il monte Antelao, fango e pietre avvertiti a Cancia. Mai come quest’anno stiamo assistendo a un incredibile aumento dei crolli. Non vale solo per le Dolomiti, ma per tutto l’arco alpino. Le frane stanno aumentando e la colpa principale è la crisi del clima, non ci sono dubbi» dice senza esitare Piero Carlesi, presidente del Comitato scientifico del Cai, il Club Alpino Italiano. Distacchi e crolli che non sono tutti uguali ma hanno spesso un denominatore comune: l’innalzamento delle temperature. «Le montagne, per definizione, hanno un futuro di crollo, non rimarranno come le conosciamo. Il problema di oggi è che effettivamente c’è una accelerazione dei fenomeni legati a caldo ed eventi estremi intensificati dalla crisi del clima». In un’estate dove lo zero termico è arrivato a oltre 5mila metri e diverse località di montagna hanno toccato punte superiori ai 30 gradi, i segnali più preoccupanti li fornisce il permafrost, lo strato ghiacciato perenne che in diversi punti delle Dolomiti si sta sciogliendo. «Fonde. Già questo, nei delicati equilibri montani, dovrebbe farci capire i rischi. Con le temperature basse le infiltrazioni d’acqua che permeano le fratture delle rocce in alta quota funzionavano da collante, evitando le frane, ma adesso con le alte temperature questo collante viene a mancare e parti di roccia già fratturate finiscono per precipitare per i canaloni. Accade sempre più spesso» spiega Carlesi. La dolomia è friabile, ricordano gli esperti, e i crolli sono comuni: è la frequenza che oggi preoccupa e che «deve per forza far ripensare all’approccio alle nostre montagne. Bisogna formare chi ci va, ricordando sempre che il rischio zero, in montagna, non esiste». Perché nonostante i monitoraggi in corso, soprattutto ora che sbalzi termici e crisi del clima minacciano ulteriormente la fragilità delle rocce, è impossibile prevedere cosa accadrà.

Il degrado dei ghiacci perenni proprio a Cima Falkner, quasi 3mila metri, ha portato all’allargamento di fratture già esistenti e conseguenti crolli multipli da entrambi i versanti. Ieri si sono continuati ad avvertire i boati e i movimenti della montagna e ogni via alpinistica è stata chiusa. Ora però, dopo le rilevazioni dei droni e l’utilizzo di scanner per confrontare le nuove fratture con quelle precedenti, la situazione è ancora da considerare in «potenziale aggravamento» spiegano dal Servizio geologico del Trentino Alto Adige e nuove frane non sono da escludere. Di recente, nelle Dolomiti Venete, un censimento ha indicato come ormai si verifichino oltre 200 nuove frane l’anno. Frane che insieme a incidenti e sottovalutazione dei pericoli solo nell’ultimo mese hanno provocato 80 vittime.

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