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Il viaggio di Veronica da Kiev al Giubileo dei ragazzi: “Belle le notti senza missili”

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La testimonianza delle giovane ucraina: “Qui a Roma riesco a dormire, a casa ogni notte c’è l’allarme per missili e droni”
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“A Roma riesco a dormire”. È la prima cosa che viene in mente a Veronica Diakovych. È arrivata per il Giubileo dei giovani, condivide con i suoi coetanei i raduni di massa, i momenti di preghiera, gli incontri organizzati dall’Azione cattolica, e quando le si chiede qual è la prima differenza che nota tra l’aria spensierata delle giornate romane e la vita di ogni giorno non esita: «Qui si riesce a dormire. A Kiev ci sono attacchi intensi con droni e missili specialmente in questi ultimi mesi — spiega — Succede notte dopo notte, alla fine sei esausto e la mattina dopo devi sempre trovare qualcosa che ti aiuti ad alzarti, ad andare avanti». Veronica Diakovych è direttrice operativa del Consiglio nazionale della gioventù ucraina, è greco-cattolica ed è arrivata a Roma con altri 200 coetanei.

Fa parte di quel numero non piccolo di ragazzi del Giubileo che oggi convivono con la normalità della guerra, il rischio di morire, il lutto. Il marito, così come diversi suoi amici, si sono arruolat…

“A Roma riesco a dormire”. È la prima cosa che viene in mente a Veronica Diakovych. È arrivata per il Giubileo dei giovani, condivide con i suoi coetanei i raduni di massa, i momenti di preghiera, gli incontri organizzati dall’Azione cattolica, e quando le si chiede qual è la prima differenza che nota tra l’aria spensierata delle giornate romane e la vita di ogni giorno non esita: «Qui si riesce a dormire. A Kiev ci sono attacchi intensi con droni e missili specialmente in questi ultimi mesi — spiega — Succede notte dopo notte, alla fine sei esausto e la mattina dopo devi sempre trovare qualcosa che ti aiuti ad alzarti, ad andare avanti». Veronica Diakovych è direttrice operativa del Consiglio nazionale della gioventù ucraina, è greco-cattolica ed è arrivata a Roma con altri 200 coetanei.

Fa parte di quel numero non piccolo di ragazzi del Giubileo che oggi convivono con la normalità della guerra, il rischio di morire, il lutto. Il marito, così come diversi suoi amici, si sono arruolati nell’esercito, «e purtroppo ho amici che sono stati uccisi in guerra dai russi. La guerra — dice senza mostrare emozioni — è giorno dopo giorno intorno a me».

Se quello convocato da Francesco e presieduto ora da Leone è il Giubileo della speranza, «cosa significa la speranza per noi giovani ucraini?», si domanda Veronica: «La speranza è solo un’idea, è una realtà?». Per Veronica quelli trascorsi gomito a gomito con un milione di altri ragazzi «sono giorni molto importanti: possiamo condividere la nostra esperienza con gli altri e sentiamo che non siamo soli». E se incontrasse per le strade di Roma dei ragazzi russi?

«Incontri tante persone e non sai di che nazionalità sono, se sono russi o magari italiani, a meno che non portino le loro bandiere», risponde la giovane ucraina: «Ma se li incontrassi… sono delle persone», si limita a dire. Veronica ricorda papa Francesco: «So che ha fatto molto per l’Ucraina, ma personalmente avrei voluto che la sua posizione fosse più forte a favore dell’Ucraina».

Quanto a Leone, «ho buone sensazioni, vedremo, è troppo preso, ma — aggiunge — è molto importante che la prima telefonata che ha fatto è stata al nostro presidente, il suo sostegno è molto importante per noi». La Santa Sede, dice Veronica, «può aiutarci a riportare a casa i nostri prigionieri civili e militari. Ho amici che sono da oltre tre anni in prigione in Russia, non sappiamo nemmeno se sono vivi». La normalità della guerra in una soleggiata giornata estiva romana.

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