Si inceppa per l’ennesima volta il meccanismo dell’accoglienza istituzionale a Trieste. Nelle ultime settimane almeno centottanta richiedenti asilo, incluse famiglie con bambini piccoli e donne sole, sono costrette a sopravvivere per un tempo indefinito in strada prima di ottenere il tetto e il supporto che per legge spetta loro. E questo, alla luce di una recentissima sentenza della Corte di giustizia europea, potrebbe essere l’inizio di una nuova grana per l’Italia.
La distrazione istituzionale nei confronti di chi da Trieste transiti per restare o anche solo per rifiatare – denunciano realtà e associazioni che con il volontariato colmano le lacune di assistenza e accoglienza – è consolidata. Ma negli ultimi mesi, “la miopia si è trasformata in abbandono”.
A dare il metro di una crisi che peggiora di giorno in giorno sono i numeri. Il 28 luglio risultavano ancora in attesa di un posto in accoglienza - riportano Consorzio italiano di solidarietà, Diaconia valdese, International rescue committee e il Consiglio italiano per i rifugiati - almeno 85 persone, più dieci vulnerabili, generalmente famiglie con bambini piccoli, donne sole o chi necessiti di assistenza sanitaria. Due giorni dopo, il 30 luglio, obbligati a vivere e dormire in strada erano 111 richiedenti asilo (uomini singoli) e 13 casi vulnerabili. Una settimana dopo, i volontari hanno contato 173 uomini, 2 donne sole e 4 nuclei familiari con bambini ".
I più si accampano nei magazzini abbandonati del Porto vecchio o sotto i portici della vecchia stazione, senza bagni, docce o servizi a disposizione. Non c’è nemmeno acqua o corrente elettrica. Il letto, nella migliore delle ipotesi, è una coperta buttata sul pavimento di uno stabile abbandonato o su un marciapiede. Le mattonelle di piazza Libertà – la piazza del mondo dove ogni sera le associazioni distribuiscono piatti caldi, vestiti, assistenza medica, informazioni, conforto – sono gli unici album su cui i ragazzini in transito possano disegnare con dei gessetti. Non ci sono giochi, né coperte, né una casa per loro.
Nonostante tutti abbiano formalizzato la richiesta di protezione a Trieste “vengono semplicemente abbandonati in strada in attesa di un posto in accoglienza, prive di alcun tipo di assistenza che non sia quella fornita dalle associazioni di solidarietà”. Fino a qualche mese fa, un sistema di regolari trasferimenti ha garantito tempi di attesa mai azzerati, soprattutto a causa delle difficoltà nella formalizzazione della domanda d’asilo, ma contenuti. A giugno, proprio nel periodo in cui arrivi e transiti aumentano perché il clima favorevole rende più semplice e meno pericoloso percorrere la rotta balcanica, la macchina dei trasferimenti si è inceppata, i tempi sono diventati più lunghi, i posti sono diminuiti.
“La Prefettura di Trieste - denunciano le associazioni - non ha ancora predisposto alcuna misura alternativa, anche temporanea”. Eppure non è un’emergenza, ma una situazione assolutamente prevedibile. “Anno dopo anno si conferma l’assenza di una programmazione strutturata che possa garantire un’accoglienza dignitosa”. E non è una facoltà, è un obbligo. Lo ha messo nero su bianco la Corte europea di giustizia, con una sentenza depositata l’1 agosto. “Gli Stati membri sono tenuti a fornire ai richiedenti protezione internazionale condizioni materiali di accoglienza che garantiscano un tenore di vita adeguato, dando alloggio, sostegno economico, buoni o una combinazione di tali forme”, si legge nella sentenza. Persino in caso di picchi negli arrivi, non vengono ammesse deroghe, modulazioni o interpretazioni nazionali.
“Uno Stato membro che si astenga dal fornire tali condizioni materiali ad un richiedente privo di mezzi sufficienti, anche solo temporaneamente - spiegano i giudici - eccede manifestamente e gravemente il margine di discrezionalità di cui dispone in relazione all'applicazione della direttiva. Tale astensione è quindi idonea a costituire una violazione sufficientemente qualificata del diritto dell'Unione, da far sorgere la responsabilità dello Stato membro interessato”. L’Italia, già in passato sanzionata per trattamenti inumani e degradanti inflitti a migranti e richiedenti asilo dentro e fuori i centri di accoglienza, è avvisata.