Ve lo ricordate il primo viaggio all’estero? Il mio, alle elementari, è cominciato molto prima di salire sull’aereo. È cominciato con un salvadanaio di terracotta a forma di maiale e una fessura sul dorso, dietro le orecchie dritte. Se ne stava, il maiale, in agguato sulla vetrinetta del soggiorno almeno da settembre, e lì era rimasto tutto l’anno — non quello gregoriano ma scolastico, contadino, ciclico, delle stagioni, l’inverno che separa un’estate dall’altra e traghetta una bambina, per esempio, dalla terza alla quarta elementare. Su questo salvadanaio a un certo punto campeggiò il nome di una città, e non c’era bisogno di scriverlo col pennarello, perché era quella e nessun’altra: LONDRA, maiuscolo, come i cappelli delle guardie di Buckingham Palace, la torre e il ponte della città favolosa. Londra, per forza: la città di cui nonna, maestra che m’insegnava l’inglese al pomeriggio, diceva che bisognava copiare l’accento, anche se non era perfetto. Londra, della quale ritagliavo im…
Ve lo ricordate il primo viaggio all’estero? Il mio, alle elementari, è cominciato molto prima di salire sull’aereo. È cominciato con un salvadanaio di terracotta a forma di maiale e una fessura sul dorso, dietro le orecchie dritte. Se ne stava, il maiale, in agguato sulla vetrinetta del soggiorno almeno da settembre, e lì era rimasto tutto l’anno — non quello gregoriano ma scolastico, contadino, ciclico, delle stagioni, l’inverno che separa un’estate dall’altra e traghetta una bambina, per esempio, dalla terza alla quarta elementare. Su questo salvadanaio a un certo punto campeggiò il nome di una città, e non c’era bisogno di scriverlo col pennarello, perché era quella e nessun’altra: LONDRA, maiuscolo, come i cappelli delle guardie di Buckingham Palace, la torre e il ponte della città favolosa. Londra, per forza: la città di cui nonna, maestra che m’insegnava l’inglese al pomeriggio, diceva che bisognava copiare l’accento, anche se non era perfetto. Londra, della quale ritagliavo immagini di nebbia e investigatori con la pipa, bambini biondissimi e cartoline di famiglie reali; Londra prese nell’inverno forma di maialino che digeriva le poche lire e le lire esagerate, le centomila che i parenti ricchi mi regalarono per il compleanno, le cento e duecento e spicce che ogni giorno avanzavano dall’acquisto delle pizzette unte prima di entrare a scuola a farne merenda.
Attenta ai soldi che mettevo al sicuro nella pancia del maiale, mi rendevo conto che noi non ne avevamo tanti. Era l’inizio degli anni Ottanta, mia madre una ragazza separata che da poco aveva superato i trenta. Dopo la fine del matrimonio con mio padre ci eravamo rifugiate nella casa umida lasciata dai nonni, che si erano spostati sulla collina. L’appartamento di città, pensato per una famiglia affollata di figli, s’era fatto grande per noi due sole: la abitavamo insieme a un geco vivo, ai bambini immaginari che uscivano dalle pareti e al maialino di terracotta che simboleggiava il futuro. Le case di Londra prendevano forma di ogni di moneta che faceva rumore sul fondo, mentre passavamo dall’autunno all’inverno di sciangazza, il vento freddo in cui si trasforma lo scirocco, e ci arrendevamo alla primavera.
Londra per mia madre era un assoluto: potevo rinunciare alla felpa firmata, non a viaggiare. Il mio futuro cominciava, per lei, dal mio mettere piede all’estero. Prima ero solo una bambina, poi sarei stata pronta per la vita.
Capite che, quando arrivò l’estate, io ero già partita da mesi. Tutto l’anno avevo dedicato il mio quaderno alla città maiuscola, mentre la pancia del maiale si faceva grassa. C’erano i ritagli, le scritte, il vocabolario di inglese che si ampliava, e se Borges ha scritto “risiedevo già qui, poi ci sono nato”, di quella poltrona d’aereo della compagnia che mi avrebbe portato a Londra avrei potuto dire: volavo già qui, poi mi ci sono seduta.
La città, Londra, quando ci atterrai, un poco perse la maiuscola. Non una perdita di illusioni, niente a che fare con il disincanto, piuttosto la bellezza di inventarla a ogni passo, come l’avessimo creata noi, in quel momento, io, mia madre, la mia migliore amica e i suoi genitori (che fossimo cinque e non sei, che ci fosse sempre un padre mancante, il mio, era una cosa alla quale mi ero abituata al punto da non vederla più, la vedo però ora in tutti i ricordi e mi pare un vuoto maestoso).
Di tutto quello che avevo immaginato e sognato, la lingua e il soldo straniero, l’inglese e la sterlina erano la quotidianità che mi faceva impazzire, nulla era più eccitante di sapere come si diceva buongiorno e uova strapazzate, per favore vorrei un bicchiere d’acqua, minerale, senza gas, e poi correre da mia madre e raccontare con entusiasmo che io, da sola, avevo aperto il borsellino e pagato facendo i conti con banconote e spicci mai maneggiati prima. Li avevo imparati nell’inverno sul quadernone, ogni moneta e ogni banconota con l’uguale e il corrispettivo in lire, e questa disinvoltura mi faceva più grande, più alta — più allegra e malinconica insieme, come certe infanzie mentre trascorrono sulla faccia di chi capisce che la prima e l’ultima volta coincidono.
Tornai a Londra dodici anni dopo, a vent’anni, e forse dovrei dire che quella sarà l’estate che mi cambierà la vita, con tutto il pacco regalo dei ragazzi degli anni Novanta: i capelli colorati, i gruppi musicali, il miraggio delle librerie e degli ultimi vinili, il giro ormai turistico nelle piazze dell’estetica punk, le notti acide a ballare, il lavoro come lavapiatti per chi, pure nel tugurio rifilato dall’agenzia di viaggi come alloggio per studenti, non poteva permettersi l’affitto. Fu pure quella un’estate del cambiamento, di cui potrei raccontare come mi sono persa a cercare le tracce di Charles Dickens e Virginia Woolf, e come mi sono ritrovata da sola a camminare di notte perché volevo tornarmene prima degli altri da qualche serata che non mi piaceva, dicevo, ma in realtà perché volevo dimostrare a me stessa che ero forte e potevo farcela: potevo attraversare tutta Londra nel buio, gli scoiattoli del parco e i fantasmi del Tamigi erano miei amici, e stavano aspettando che tornassi fin da quell’estate bambina.
Se ho scelto quell’altro viaggio, quello dell’infanzia, è perché c’è una unità di misura per tutto. Mia madre aveva ragione: il primo viaggio all’estero non lo avrei scordato più. Le bambine thailandesi che soggiornavano nel nostro stesso albergo (scassato, a presagire il futuro dei vent’anni) parlavano e ridevano mentre ci scambiavamo le bambole, e alla domanda “ma come fate a capirvi?” nessuna di noi sentì il bisogno di rispondere, solo gli adulti possono fare domande così stupide. In quella prima volta, a Londra, seppi che mi sarei fatta capire dappertutto, e mai avrei avuto bisogno di spiegare: ovunque, dall’Odissea in poi, c’è uno che è straniero e uno che apre la porta, poi a volte gli stranieri sono due, e aprono la porta insieme.
Certo, il maialino. Quando spaccammo la pancia, prima di partire per Londra, ci mettemmo a contare i soldi: pure quello non l’avevo mai fatto. Non così tanti, di sicuro. Tanto che a un certo punto mi stancai e me ne andai a giocare da sola nella mia stanza oppure a sfogliarmi di nuovo il quadernone del viaggio. Mia madre venne a bussarmi con il sorriso larghissimo e disse che ero stata brava, avevo messo da parte un milione di lire.
Non le ho ancora chiesto quante fossero per davvero, è così dolce, così utile, tenere dei ricordi esagerati.