Cento giorni dopo, l’immagine che più rimane impressa è ancora la prima apparizione dal loggione di San Pietro, il momento che definisce il resto. «Se mi sbaglierò mi corrigerete», disse Giovanni Paolo II, ma era chiaro che sarebbe stato lui a reggere e correggere, Benedetto XVI si presentò come «umile lavoratore nella vigna del Signore» ma levò le braccia al cielo che sembrava un gesto di vittoria, Francesco lanciò bonario il suo «buona sera» e aveva già conquistato la piazza. Leone no, lui ha letto disciplinatamente un lungo testo scritto, ma più delle parole conta il volto: per la prima volta da quando c’è lì la televisione, il nuovo Papa è apparso commosso, quasi turbato, ha osservato la piazza con gli occhi lucidi, ha sbattuto le palpebre, ingoiato le lacrime e via.
Era l’8 maggio e cento giorni dopo Robert Francis Prevost non ha seminato altre immagini memorabili, non ha fatto gesti eclatanti, le sue parole non sono rimaste impresse nella memoria collettiva. Il leone non ruggis…
Cento giorni dopo, l’immagine che più rimane impressa è ancora la prima apparizione dal loggione di San Pietro, il momento che definisce il resto. «Se mi sbaglierò mi corrigerete», disse Giovanni Paolo II, ma era chiaro che sarebbe stato lui a reggere e correggere, Benedetto XVI si presentò come «umile lavoratore nella vigna del Signore» ma levò le braccia al cielo che sembrava un gesto di vittoria, Francesco lanciò bonario il suo «buona sera» e aveva già conquistato la piazza. Leone no, lui ha letto disciplinatamente un lungo testo scritto, ma più delle parole conta il volto: per la prima volta da quando c’è lì la televisione, il nuovo Papa è apparso commosso, quasi turbato, ha osservato la piazza con gli occhi lucidi, ha sbattuto le palpebre, ingoiato le lacrime e via.
Era l’8 maggio e cento giorni dopo Robert Francis Prevost non ha seminato altre immagini memorabili, non ha fatto gesti eclatanti, le sue parole non sono rimaste impresse nella memoria collettiva. Il leone non ruggisce, per ora.
In realtà neanche Bergoglio agì d’impulso. Usò da subito un linguaggio radicalmente nuovo ma, per dire, sostituì Bertone con Parolin più di cinque mesi dopo il Conclave, un cardinale in aperto dissenso con il nuovo corso come Gerhard Ludwig Mueller rimase ben quattro anni. Tanto più il passo lento si confà a un Papa di nemmeno 70 anni, e in ottima salute, che potenzialmente ha davanti a sé ha un pontificato di una ventina d’anni.
Leone XIV si è sciolto un po’ con i ragazzi del Giubileo dei giovani, a inizio agosto, per il resto non si è scoperto. Ha confermato i capi dicastero «donec altier provideatur», fino a quando non provvederà diversamente. È prevedibile che in autunno muova le prime pedine, ma senza strappi. Probabile che Parolin resti segretario di Stato, probabile che il cardinale argentino Fernandez, spauracchio dei conservatori, resti alla guida dell’ex Santo Uffizio.
Metodico e discreto, Prevost lavora senza pausa, comunica le decisioni ai collaboratori direttamente via whattsapp, scrive mail di suo pugno fino alle due di notte. Come dice il suo amico agostiniano Luis Marín de San Martín, «è un uomo semplice ma non ingenuo, gentile ma non insicuro, paziente ma non debole».
In assenza di decisioni maggiori, rimangono i segni esteriori e i messaggi criptati per interpretare l’avvio del pontificato, e sciogliere il rebus che vena carsicamente tutti i commenti: proseguirà sulla strada tracciata da Francesco o no?
I conservatori si sono innamorati della scelta di indossare la mozzetta rossa (ma non le scarpe rosse) e tornare in villeggiatura a Castel Gandolfo (ma non nel palazzo apostolico). Di certo Leone XIV ha un tono più tradizionale, ha lanciato segni di appeasement («I papi passano, la Curia rimane»), ha reintrodotto il bonus Conclave ai dipendenti vaticani. Oltretevere sperano che riapra i flussi dei danarosi benefattori statunitensi, lui si è messo a studiare i numeri del deficit e del patrimonio immobiliare, e punta a proseguire il riordino delle finanze, con tanto di pubblicazione dei bilanci.
È stato Bergoglio a spianare la strada a Prevost. Diverso per retroterra e temperamento, il Papa nato a Chicago è molto vicino alle sensibilità dell’argentino. Ha preso sin da subito il testimone della pace, è più apertamente in favore dell’Ucraina ma in meno di tre mesi ha sentito al telefono Putin e ha ricevuto il metropolita Antonij. Non chiama tutte le sere la parrocchia di Gaza ma ha usato parole altrettanto severe verso Israele. Come Francesco, ha denunciato il cambiamento climatico e ha pregato per la conversione dei negazionisti. Carlo Maria Viganò, il vescovo reazionario scomunicato sotto Bergoglio, già grida al «golpe ecclesiale», una «frode» che «promulgherà dogmi climatici e nuovi peccati contro l’ambiente, scomuniche per leso migrante o per aver negato il dogma dell’inclusione Lgbtq e lo farà in nome della chiesa sinodale». Lui, Leone, è da sempre attento al destino di poveri e migranti, è consapevole dei danni sociali che può fare l’intelligenza artificiale: prima o poi scriverà un’enciclica sociale, anche qui senza fretta.
Francesco ha terremotato il Vaticano, Leone sembra incline a stabilizzarne l’eredità. Se non ha messo ancora mano alle nomine di peso, ha però già scelto alla Pontificia accademia per la vita monsignor Renzo Pegoraro, medico e sacerdote lontano dal khomeinismo di un certo cattolicesimo ultrà, alla commissione per la tutela dei minori il vescovo francese Thibault Verny, integerrimo nel contrasto agli abusi del clero, e ha rafforzato la posizione di suor Simona Brambilla, la prima donna nominata da Francesco a capo di un dicastero vaticano, tra gli alti lai dei conservatori, affiancandole un’altra donna, suor Tiziana Merletti. Per il resto, più che muoversi, per ora osserva come si muovono gli altri intorno a lui.
Canonista e matematico, uomo calmo e ordinato, non è tipo da prendersi tutta la scena, non lo è mai stato. Come raccomandava sant’Agostino, è «pronto ad ascoltare, lento a parlare». Cento giorni, alla fine, ce n’est qu’un debut.