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Petri: “Quell’amico forte e fragile, che sognava il grande amore e all’improvviso mi lasciò sola”

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Benedetta estate/ Repubblica ha chiesto ad alcuni scrittori di raccontare la stagione che ha segnato la loro vita. La quarta puntata è affidata all’autrice di “Rubare la notte”
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L’ho conosciuto a Viterbo, il 3 settembre del 1999. Eravamo stati invitati per scrivere un racconto sulla processione della macchina di Santa Rosa. Entrando nella sala di un grande palazzo piena di gente, in finestra, di spalle, c’era un uomo non molto alto che fumava. Di tutte quelle persone, mi sono accorta solo di un uomo senza volto, e mi è tornata in mente una frase che mio padre ripeteva su Marlon Brando: è l’unico che sa recitare anche di nuca.

Benedetta estate, le puntate precedenti

  1. De Cataldo: “Un braccio rotto e scoprii il mio vero amore”
  2. Griffi: “Sono nato italiano grazie a un semaforo dell’Ohio”
  3. Terranova: “Il milione e il sogno di Londra in un maialino di ceramica”

In quel caso non si trattava di recitazione, solo di personalità. Mi sono avvicinata restando a un paio di metri per lasciargli il tempo di finire la sigaretta. Quando si è voltato e mi ha vista, mi ha porto la mano dicendo:

— Rocco Carbone, calabrese pentito.

E poi ha sorriso in un modo che negli ann…

L’ho conosciuto a Viterbo, il 3 settembre del 1999. Eravamo stati invitati per scrivere un racconto sulla processione della macchina di Santa Rosa. Entrando nella sala di un grande palazzo piena di gente, in finestra, di spalle, c’era un uomo non molto alto che fumava. Di tutte quelle persone, mi sono accorta solo di un uomo senza volto, e mi è tornata in mente una frase che mio padre ripeteva su Marlon Brando: è l’unico che sa recitare anche di nuca.

Benedetta estate, le puntate precedenti

  1. De Cataldo: “Un braccio rotto e scoprii il mio vero amore”
  2. Griffi: “Sono nato italiano grazie a un semaforo dell’Ohio”
  3. Terranova: “Il milione e il sogno di Londra in un maialino di ceramica”

In quel caso non si trattava di recitazione, solo di personalità. Mi sono avvicinata restando a un paio di metri per lasciargli il tempo di finire la sigaretta. Quando si è voltato e mi ha vista, mi ha porto la mano dicendo:

— Rocco Carbone, calabrese pentito.

E poi ha sorriso in un modo che negli anni avrei imparato a tenermi nel petto: un sorriso tirato, da rettile stanco.

Se esistono i colpi di fulmine in amore, il nostro è stato simile ma diverso. Si trattava di un’improvvisa e indelebile amicizia che sarebbe durata per nove anni. Quelli che gli restavano da vivere.

Quei tre giorni a Viterbo siamo stati sempre insieme. Lui parlava e io ascoltavo. Mi raccontò tutta la sua dolente vita. La triste infanzia, gli amori non corrisposti nell’adolescenza. Scherzando, diceva che se un po’ si era salvato era stato solo grazie ai furori dell’Etna.

— Non ti puoi affacciare e vederlo ogni giorno senza prendere un poco della sua forza. Anche se poi me ne sono andato via da Reggio a diciotto anni, credo di essermelo portato dietro.

Abbelliva. Rocco abbelliva molto. Addobbava. Come un moderno Stendhal era in cerca, a caccia du bonheur. Ma a differenza dello scrittore francese, Rocco era un uomo molto rigoroso. La felicità la voleva, ma rimanendo sempre se stesso.

— Ti pare mai che uno debba mostrare debolezze e forze finte per non essere ferito dagli altri? Io sono quel che sono e la penso come Tolstoj: non si è mai onesti abbastanza.

In genere, dopo pochi secondi aggiungeva:

— E secondo me, nemmeno buoni abbastanza. All’onestà e alla bontà non ci sono limiti.

Ci telefonavamo ogni giorno. In genere chiamava lui appena finiva di pranzare al bar che aveva sotto casa. Insegnava italiano alla Casa Circondariale femminile di Rebibbia e usciva sempre alle due e mezzo del pomeriggio. Le sue alunne le chiamava “le mie prigioniere”. Non faccio fatica a pensare che fossero tutte innamorate di lui. Quando glielo dicevo rispondeva:

— Per forza, sono l’unico uomo che vedono.

E invece non era così. Rocco era affascinante nei modi e aveva una voce bellissima. Radiofonica. Quando parlava, colpiva molto la sua controllata gestualità delle mani. La profondità dello sguardo.

Di cosa parlavamo ogni giorno al telefono? D’amore. Rocco era ossessionato dal grande amore. E aveva l’incredibile capacità di inventarselo e crederci. Mi aveva convinta che se il grande amore non era dato incontrarlo, tanto valeva costruirsene uno. E lui di questo mi parlava: della donna amata. Quando però credeva di innamorarsi, sceglieva sempre donne superficiali e capricciose. Ci metteva un istante, e all’innamoramento seguiva subito una feroce rabbia distruttiva. Le storie duravano un po’. Poi finivano e lui riprendeva da lì dove aveva interrotto, dalla donna ideale che continuava ad amare. In genere, aveva le sembianze di Ava Gardner.

Me la descriveva nel dettaglio, proprio come fosse una donna della quale si era innamorato e io non conoscevo. Mi piaceva assecondarlo, avevo l’impressione di dargli un po’ di consolazione. Un giorno gli regalai Amore di Giorgio Manganelli. Dopo averlo letto mi chiamò allarmato:

— Dunque non esiste. Ho letto un libro che mi ha spento ogni speranza. Due persone si cercano senza mai incontrarsi. E finisce con queste strazianti parole: che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io.

— Non ti sei riconosciuto? Ma come hai fatto? Rocco, sei tu.

— Sì, ma non volevo saperlo.

Per me era un fratello forte e fragile allo stesso tempo. Quando veniva a cena da me, spesso esagerava nel bere. L’alcol lo rallegrava e rattristava insieme. In quei casi gli impedivo di tornare a casa in motorino. Glielo facevo lasciare legato al palo della luce davanti al mio portone e lo accompagnavo a casa in macchina. Quando scendeva, prima di avviarsi verso il cancello, mi ringraziava. E io restavo in macchina, aspettavo che lo aprisse. Lo guadavo percorrere il vialetto e poi scomparire svoltando a destra. Dopo, potevo solo immaginare che saliva le scale, apriva la porta di casa… Diventava il personaggio di un suo romanzo. Era lo scrittore dello sguardo, e chi leggeva le sue pagine vedeva tutto, ogni singolo movimento dei suoi protagonisti sempre onesti e buoni. E dunque tutti destinati a fare una brutta fine.

L’estate del 2008 ero in Portogallo con mia madre, mio figlio e l’uomo che avrei sposato a Roma, il 20 settembre. Rocco era appena tornato da una residenza in America. All’epoca frequentava una ragazza che mi piaceva molto. Ma era una ragazza che valeva, e a innamorarsene lui faceva fatica. Però, prima di partire mi aveva detto: le ho lasciato le chiavi di casa. È un passo avanti, no?

I primi di luglio era tornato e la sera del 17 era andato a cena con degli amici. Ci eravamo sentiti. Mi prendeva in giro perché stavo per sposarmi. Ma era molto felice per me.

— Il tuo matrimonio non me lo perderei per nulla al mondo.

Invece te lo sei perso, Rocco. L’hai perso perché quella sera avevi di certo bevuto, ma nessuno ti aveva accompagnato a casa in macchina. Del resto, eri un uomo di 46 anni. Mica tutti erano obbligati a trattarti come me. E così è successo che a un certo punto hai perso il controllo del motorino, non hai visto una curva e sei andato contro una macchina parcheggiata. Forse non ti eri nemmeno legato bene il casco. Sei caduto all’indietro e hai battuto la testa morendo sul colpo, poco dopo la mezzanotte.

È stato un matrimonio triste senza di te. E non sono mai più stata la stessa. Ti basti pensare che da diciassette ti chiedo, insensatamente, di smettere di morire.

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