In aula con gli aspiranti dottori: “Non temiamo sei anni di esami, ma i test dei prossimi sei mesi”
di Maria Novella De LucaL’aria è quella naturalmente smarrita di chi per la prima volta mette piede tra i cortili dell’ateneo più grande d’Europa. Lo sguardo però, invece di alzarsi verso la grande statua di Minerva e i viali della Sapienza, è incollato allo smartphone: come nel gioco di orienteering l’esercito di ragazzi e ragazze della futura Sanità italiana va a caccia della propria aula, polo rosso, polo giallo, chi non trova chiede, “dov’è Chimica”, “dov’è Geografia”, “Giurisprudenza è là dietro?” i ritardatari corrono, alle nove sono tutti dentro, niente panico, niente ressa.
E’ iniziata così alla Sapienza di Roma, sotto il cielo di settembre, la “rivoluzione” (forse) dell’accesso a Medicina, l’era del cosiddetto “semestre aperto” al posto dei criticatissimi test di accesso, con migliaia di studenti disseminati per l’intera università, in una geografia di percorsi a colori che li ha dislocati in tutte le facoltà del grande ateneo romano. «Se mi preoccupano sei anni di Medicina? No, mi angosciano i pros…
L’aria è quella naturalmente smarrita di chi per la prima volta mette piede tra i cortili dell’ateneo più grande d’Europa. Lo sguardo però, invece di alzarsi verso la grande statua di Minerva e i viali della Sapienza, è incollato allo smartphone: come nel gioco di orienteering l’esercito di ragazzi e ragazze della futura Sanità italiana va a caccia della propria aula, polo rosso, polo giallo, chi non trova chiede, “dov’è Chimica”, “dov’è Geografia”, “Giurisprudenza è là dietro?” i ritardatari corrono, alle nove sono tutti dentro, niente panico, niente ressa.
E’ iniziata così alla Sapienza di Roma, sotto il cielo di settembre, la “rivoluzione” (forse) dell’accesso a Medicina, l’era del cosiddetto “semestre aperto” al posto dei criticatissimi test di accesso, con migliaia di studenti disseminati per l’intera università, in una geografia di percorsi a colori che li ha dislocati in tutte le facoltà del grande ateneo romano. «Se mi preoccupano sei anni di Medicina? No, mi angosciano i prossimi sei mesi» dice un po’ serio un po’ no, Filippo Ballerini, diciannove anni e l’aria di chi ci ha pensato su. «Non bastano due esami per capire se sei adatto a fare questa professione, ma sono meglio dei vecchi test. Quale specialità vorrei scegliere? Neurologia. Per motivi personali, purtroppo, sono entrato in contatto con questo mondo e ho capito che sarà la mia sfida».
Scelte, storie, situazioni, c’è universo dietro ogni ragazzo che a sorpresa racconta un pezzetto di sé. Le opinioni sono caute mente si svuotano le aule e la vera ressa si forma davanti al bancone del bar, tra caffè e tramezzini di gruppetti che iniziano a conoscersi.
Thomas Di Canzio, vent’anni, di Teramo, alle spalle già un anno di Biologia, è moderatamente critico. «L’unica nota positiva è che oggi veniamo preparati al test di ammissione dall’università stessa. E potendo frequentare fin da subito si possono fare nuove amicizie, per me che sono fuorisede è fondamentale. Però alla fine di questi due mesi la prova non sarà molto diversa rispetto al passato, con il rischio però di aver buttato via sei mesi di università».
Insomma, la selezione cambierebbe veste restando iniqua, come sostiene l’Udu, l’unione degli studenti. «Dopo pochi mesi chi non supererà i test selettivi sarà escluso: un filtro posticipato che crea solo incertezza e precarietà. A pagarne il prezzo saranno sia gli studenti, costretti a studiare senza garanzie sul loro futuro, sia le università, lasciate senza fondi per spazi, docenti e strutture. Il diritto allo studio di nuovo calpestato da logiche di propaganda e finte riforme».
Chissà. Per adesso le opinioni sono frastagliate. Colpisce che Medicina resti per chi la sceglie, almeno il primo giorno del primo anno quando il futuro è ancora una nebulosa, una specie di missione ideale. (O estremamente remunerativa perché non sono poche le ragazze che dicono sicure: farò medicina estetica). Ma chirurgia, cardiologia, oncologia sono le specialità che le matricole citano su tutte.
Maddalena Di Paola, vent’anni, il primo test lo ha fatto quando era in quinto scientifico, una seconda volta lo scorso anno mentre frequentava Farmacia. «Sono fiduciosa. Accedere all’ammissione dopo aver già provato le lezioni di Medicina porterà fin da subito a una scrematura sulla scelta della facoltà. Oggi la lezione è stata interessantissima, c’era anche l’aria condizionata nell’aula, ascoltare qualcuno che spiega è molto diverso dallo studiare da soli. Voglio laurearmi in Medicina e fare la chirurga per aiutare gli altri. Lo sogno fermamente fin da bambina. Ce la farò».
Poi c’è chi testardamente continua a provarci, come Claudia Buona di Latina che vorrebbe fare la virologa. «Scoraggiarmi? E perché? C’è tanto bisogno di medici, bisogna soltanto superare il primo ostacolo. Sono più tenace delle difficoltà». Non nasconde invece critiche al nuovo modello Licia Canu, vent’anni, studentessa di Storia di “Cambiare Rotta”. «C’è stato un gran disorientamento, altro che successo. Non abbiamo fatto altro che accompagnare matricole sperdute alle loro aule, il sistema dei colori non ha proprio funzionato, nessuno sapeva dove andare. Il semestre aperto, così come i vecchi test, sono inutili meccanismi di selezione che negano a migliaia di studenti l’accesso a Medicina. In un momento in cui la sanità pubblica cade a pezzi per mancanza di personale».