Giorgio Armani ha rappresentato l’Italia: non come è, ma come noi italiani vorremmo che fosse e come gli stranieri sognano che sia, immergendosi nella storia e confondendo le date. Era, in un campo di cui conosceva l’importanza, ma anche il limite, puro genio,senza un accenno di sregolatezza. Valutava qualità essenziali l’onestà, la severità e il senso dell’efficienza. Non si riteneva autoritario, pur a volte essendolo; quanto all’autorevolezza, accettava gli venisse conferita dagli altri, ma se ne svestiva, fuori dalle adeguate circostanze, come fosse un mantello inopportuno. Aveva fisionomia austroungarica e modi anglosassoni, poi si sedeva a un tavolo e tracciava linee morbide come le strade costiere di questa penisola, che hanno protetto generazioni di donne, accompagnandole dolcemente verso direzioni inesplorate: in carriera, al potere, purché sapessero smussare gli angoli, ampliare le vedute. Quanto all’uomo, la sua destrutturazione è stata un’altra forma di difesa, condotta attraverso la mutazione, togliendo la rigidità del bersaglio fisso, chiedendogli, in cambio, di deporre le armi.
La moda per sentirsi a proprio agio
Confessava di aver concepito un progetto “democratico”, che levasse alla moda l’elemento discriminatorio, tipico di qualcosa che parlava a pochi e faceva sognare molti. Voleva vestire il maggior numero possibile di persone, facendole sentire a proprio agio e sicure di sé. Ma confessava anche d’essersi accorto d’avere realizzato qualcosa di sottilmente diverso. Quasi inevitabilmente le sue creazioni erano divenute feticcio, ma non prevalevano sul soggetto che le indossava, non stavano a sé, come su un attaccapanni, cercavano invece di fare proprio un corpo, anche nelle sue eventuali imperfezioni, con la delicatezza di un approccio amoroso. Di quelli timidi, da lui che chiedeva rispetto per la sua timidezza. Il cinema, l’arte di far credere a vite impossibili, è stato lo strumento definitivo del suo esito, quello che l’ha proiettato da protagonista nelle stanze del desiderio. Perché lui, tra tanti che ambivano al trono di stoffa? A Ginevra, a casa di Sofia Loren, c’è la sua fotografia tra quelle dei figli, come se fosse uno di famiglia e tale è chi, mentre stai per uscire in una giornata di vento, ti appoggia una giacca sulle spalle, vestendoti senza apparire, avvolgendoti in qualcosa che chiamano “stile”. Che alcuni ne parlino senza sapere che cosa sia è proprio la conferma che esiste, a un livello impercettibile.
Creazioni emblema dell’Italia
Il mondo intero ha ammirato Armani e ha considerato le sue creazioni emblema dell’Italia perché non abbiamo più artisti universali in alcun altro campo. A lui piaceva citare Chesterton: “Ogni cosa dev’essere amata prima di essere amabile” e con il tempo si è concesso di ricambiare. C’è stato anche chi non l’ha compreso e ha bollato le sue sfilate come “ripetitive”. Lo erano, quanto le variazioni Goldberg: una sola aria e trenta diversificazioni. Un esercizio tecnico con un contenuto emotivo. Quale? In che modo un capo di Armani esprimeva una sensazione condivisibile a tutti i livelli, compreso quello inconscio? Nel suo ufficio di Milano ogni mattina preparavano il suo arrivo predisponendo i mobili come lui voleva e sprigionando le sue essenze preferite perché entrasse in un mondo predefinito, giacché odiava l’imprevisto.
Corazze morbide
Capita a tutti quelli che ne hanno patito gli agguati. Dopo, immaginano capsule impermeabili e ignifughe, inventano morbide corazze per sé e per gli altri. Sanno tuttavia che in fondo a tutte le possibili variazioni resta il silenzio, che un destino lungo 91 anni si compie nel nulla, ma non nel vano. Di questo sommessamente parlava quel che Armani disegnava.