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Il Mostro di Firenze, dal primo omicidio alle ultime piste: cinquant’anni di misteri

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Il primo omicidio nel settembre 1974, la pista sarda e la figura di Pacciani: i processi e le sentenze di condanna per Lotti e Vanni
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In principio fu un bambino che bussò a una porta.

È la notte del 21 agosto 1968, Francesco De Felice dorme nella sua casa di Sant’Angelo a Lecore alle porte di Firenze. Si sveglia, qualcuno sta battendo all’uscio, va ad aprire e si trova davanti un bimbo di sei anni. Dice, tra le altre cose: «La mi' mamma e lo zio sono morti in macchina». Poco dopo, in un’Alfa Romeo Giulietta vicino al cimitero, verranno scoperti i corpi di Antonio Lo Bianco, muratore di 29 anni, e Barbara Locci, casalinga di 30. Sono stati uccisi con otto colpi di pistola.

Erano amanti e quella sera si erano appartati in auto mentre il figlio di Barbara dormiva sul sedile posteriore. Per il duplice omicidio verrà arrestato e condannato il marito di lei, Stefano Mele, reo confesso che più volte chiamerà in correit…

In principio fu un bambino che bussò a una porta.

È la notte del 21 agosto 1968, Francesco De Felice dorme nella sua casa di Sant’Angelo a Lecore alle porte di Firenze. Si sveglia, qualcuno sta battendo all’uscio, va ad aprire e si trova davanti un bimbo di sei anni. Dice, tra le altre cose: «La mi' mamma e lo zio sono morti in macchina». Poco dopo, in un’Alfa Romeo Giulietta vicino al cimitero, verranno scoperti i corpi di Antonio Lo Bianco, muratore di 29 anni, e Barbara Locci, casalinga di 30. Sono stati uccisi con otto colpi di pistola.

Erano amanti e quella sera si erano appartati in auto mentre il figlio di Barbara dormiva sul sedile posteriore. Per il duplice omicidio verrà arrestato e condannato il marito di lei, Stefano Mele, reo confesso che più volte chiamerà in correità come suoi complici altri amanti della moglie, i fratelli Vinci. Nessuno gli crederà e sarà così l’unico condannato per il duplice omicidio. Dovranno passare 13 anni prima che questo delitto venga collegato all’incubo per eccellenza della cronaca nera italiana: il Mostro di Firenze, l’assassino di sedici giovani tra i diciotto e i trentasei anni di età. Il suo mito inafferrabile attraverserà gli anni della Contestazione, gli anni di piombo, gli anni del riflusso, l’Italia-Germania dei mondiali del ’70 e quella dell’82 e del «non ci prendono più» di pertiniana memoria, i governi Moro, Andreotti, Fanfani, la morte di Martin Luther King e quella di Berlinguer. Gli uomini passavano, la storia passava, il Mostro no.

Il debutto ufficiale del Mostro, però, arriva sei anni dopo il delitto di Lo Bianco e Locci. Accade a Sagginale, nel Mugello, il 14 settembre del 1974: Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18 anni, vengono uccisi mentre sono appartati in una Fiat 127 lungo una strada sterrata. Poi a Scandicci, nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1981, uccide Giovanni Foggi, 30 anni, e la fidanzata, Carmela De Nuccio, 21 anni, ed è allora che gli investigatori si accorgono che il Mostro ha una grammatica tutta sua: colpisce coppie in luoghi isolati nei dintorni di Firenze, agisce nelle notti buie, nei mesi estivi o giù di lì, utilizza una pistola Beretta calibro 22 con munizioni Winchester con la lettera “H” sul bossolo, colpisce prima l’uomo e poi la donna; e, soprattutto, si guadagna il titolo di "Mostro” infierendo sulle parti intime delle donne come accadrà a Carmela De Nuccio a cui verrà asportato interamente il pube.

La psicosi del Mostro

Nasce la psicosi, il Mostro di Firenze fa irruzione nell’immaginario nero degli italiani. Una direttiva interna tra le istituzioni locali toscane arriva a raccomandare di chiudere un occhio per le auto appartate nei posti pubblici più trafficati, sui quotidiani vengono pubblicate le foto delle auto coi giornali ai finestrini in piazzale Michelangelo. Eppure, paradossalmente, la psicosi del Mostro produce anche un’evoluzione dei costumi. «I ragazzi si appartavano in macchina in una società dove la sessualità prematrimoniale all'interno delle mura domestiche era ancora fortemente osteggiata dalla cultura e dai genitori stessi, figli di un'altra epoca», dice Edoardo Orlandi, autore del podcast Il Mostro di Firenze, in uscita il 7 ottobre per OnePodcast. «Tutta quella generazione, oggi di sessantenni, racconta di case lasciate libere la sera, di concessioni prima inimmaginabili».

Il Mostro si rifà vivo nell’ottobre dello stesso 1981 a Calenzano, e poi nel giugno 1982, quando dopo la morte di Paolo Mainardi e Antonella Migliorini gli inquirenti ricollegano i delitti del Mostro al dimenticato duplice omicidio del 1968. Scoprono che l’arma utilizzata era la stessa usata negli omicidi successivi e gli inquirenti si convincono che Stefano Mele avesse raccontato la verità e con lui, quella notte, fosse stata presente un’altra persona divenuta poi, negli anni, il Mostro. Nasce la “Pista sarda”.

Il Mostro tornerà a colpire nel 1983, nel 1984 e per l’ultima volta nel settembre del 1985 uccidendo Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, sorpresi in una tenda agli Scopeti, nel comune di San Casciano Val di Pesa. É dopo quel delitto – e in seguito al fallimento della pista sarda – che la squadra anti-Mostro (SAM) si dirigerà verso un nuovo sospettato. All’alba degli anni ‘90 sul palcoscenico della realtà fanno irruzione le maschere tragiche di questa storia: quelle di Pietro Pacciani, di Mario Vanni e di Giancarlo Lotti insieme ad altri comprimari.

La figura di Pacciani

Quella di Pacciani, originario di Mercatale, che di mestiere fa il contadino, è la più riconoscibile: la figura tozza, l’espressione arcigna, l’accento toscano pronunciato. Quando va a processo nel 1993 ha 68 anni e una fedina penale che non lo aiuta: è stato in carcere per avere stuprato le sue due figlie e, in gioventù, per aver ucciso l’amante della fidanzata. Ancora non pago, dopo il delitto aveva costretto la ragazza ad avere un rapporto sessuale con lui accanto al cadavere. «Io sono stato a fa' delle merende co' i' Pacciani, no?», mise le mani avanti l’allampanato Mario Vanni davanti a una domanda interlocutoria del magistrato («Signor Vanni, che lavoro fa lei?»). Da quel giorno l’espressione «compagni di merende» non ha più candore.

Secondo gli inquirenti fiorentini Pacciani avrebbe il physique du rôle del Mostro: aveva vissuto e lavorato nei luoghi dei delitti, collezionava riviste che parlavano del Mostro, gli viene trovata in casa una cartuccia per pistola compatibile con i bossoli utilizzati; e poi ci sono movimentazioni bancarie difficili da giustificare, per un contadino. Per non parlare dell’indole violenta. Dopo l’assoluzione di Pacciani in primo grado arriva la testimonianza di Lotti che sostiene di averlo visto commettere l’ultimo delitto del Mostro. Quella testimonianza, per un errore tecnico, non viene?però ammessa al processo? – al quale assiste, tra i banchi del pubblico, anche lo scrittore Thomas?Harris, avido di appunti per la sua saga sul serial killer Hannibal Lecter. Alla fine il contadino di Mercatale verrà assolto in secondo grado, morirà prima del secondo processo d'appello, tecnicamente da innocente.

Le testimonianze di Lotti – che racconta di aver commesso gli ultimi quattro duplici delitti insieme a Pacciani e Vanni - saranno fondamentali per la condanna degli altri compagni di merende: Vanni otterrà l’ergastolo, Lotti 26 anni. Tutti i compagni di merende oggi sono morti.

Il resto è una congerie di supposizioni, indizi, storie creative attorno al mito del Mostro di Firenze. La più pittoresca è quella che vede un movente magico-esoterico con al centro il gastroenterologo Francesco Narducci e una rete di collaboratori tra Firenze e Perugia, pista che non portò a nulla se non all’assoluzione per il farmacista di San Casciano Francesco Calamandrei, accusato di essere uno dei mandanti dei delitti. L’ultima, la più incredibile, è quella secondo cui il Mostro di Firenze e il serial killer Zodiac, attivo in California tra il 1968 e il 1969, sono la stessa persona.

«Lo spettacolo giudiziario spesso ha rasentato i limiti del grottesco – dice Edoardo Orlandi - e ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, non è riuscita a rispondere a tutte le domande rimaste in sospeso creando una narrazione sul caso più orientata alla confusione che alla chiarezza».

Nonostante le sentenze, nonostante siano passati quarant’anni dall’ultimo delitto, cerchiamo ancora il Mostro, quasi avessimo bisogno dei mostri per allontanare i nostri incubi, e volessimo esorcizzarli custodendoli in questa figura impalpabile e lontana da noi.

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