Il mio bagnino è differente: è un filosofo. In famiglia (perché al Bagno Gustavo ci si va da generazioni) si è sempre ragionato su questa figura mitologica, metà sabbia metà inchiostro, che silenziosa approccia il lavoro con l’occhio dello stoico e corre avanti e indietro lungo la passerella. Ora il lettino in mano, ora la scopa, ora la cartellina blu con i posti numerati. Se parla lo fa senza nessun desiderio di piacere. Solo sembra voglia mettere alla prova l’interlocutore. Infila, una dietro l’altra, delle freddure che più che suscitare ilarità instillano nell’ascoltatore quel sentimento barocco della vita che scorre, della vanità del tutto.
Non mi era mai toccato fare i conti con il suo spirito perché da piccolo ci pensava mio nonno, ma ora…
Il mio bagnino è differente: è un filosofo. In famiglia (perché al Bagno Gustavo ci si va da generazioni) si è sempre ragionato su questa figura mitologica, metà sabbia metà inchiostro, che silenziosa approccia il lavoro con l’occhio dello stoico e corre avanti e indietro lungo la passerella. Ora il lettino in mano, ora la scopa, ora la cartellina blu con i posti numerati. Se parla lo fa senza nessun desiderio di piacere. Solo sembra voglia mettere alla prova l’interlocutore. Infila, una dietro l’altra, delle freddure che più che suscitare ilarità instillano nell’ascoltatore quel sentimento barocco della vita che scorre, della vanità del tutto.
Non mi era mai toccato fare i conti con il suo spirito perché da piccolo ci pensava mio nonno, ma ora che il sole splende troppo acceso per i suoi novantaquattro anni, al mare ci vado da solo. I vecchietti che durante l’infanzia avevo imparato a riconoscere non ci sono più. Il mosaico delle fisionomie ha cambiato le sue tessere e nel perimetro della stessa cornice ha preso vita un disegno totalmente diverso. Anche il ristorantino ha cambiato gestione. Ora è bianco, moderno e del verde bottiglia delle pareti di prima non rimane che una piccola testimonianza dietro al bancone del bar, nei pochi centimetri che separano la lavastoviglie dall’ipnotico macchinario delle granite. Mi ha detto il bagnino che il vecchio proprietario non c’è più. Poi, laconico, mentre mi faceva strada camminando due passi avanti a me verso l’ombrellone ha aggiunto «funziona così, a un certo punto si muore». In linea d’aria inizio a calcolare la distanza tra me e il tavolo di legno pieno di libri che ogni mattina viene curato con attenzione all’ingresso.
«A un certo punto si muore» ripete lui «ma bada! L’importante è morire l’ultimo giorno della propria vita, non un giorno prima, sennò vivi un giorno in meno».
È stata un’illuminazione. Ho iniziato a ridere come se invece di ridere stessi applaudendo. La mia risata era infatti il frutto di un processo iniziato quando, appena messo piede sulla spiaggia, mi aveva accolto con un ironico «signor Prati» carico della confidenza di chi sa di averti sgridato da bambino perché con i piedi buttavi la sabbia sulla passerella. Lo avevo finalmente capito. Mattoncino dopo mattoncino aveva creato una surreale sceneggiatura che trovava la sua risoluzione in quella battuta, la prima che dopo tanti anni ero stato in grado di capire o forse la prima che avevo ascoltato davvero. Infatti la mia attenzione alle sue parole, dopo aver visto il tavolino pieno di libri all’ingresso, era quanto meno triplicata. Avevo riconosciuto dei titoli a me cari.
Da Dante a Sibilla Aleramo la selezione era ricercatissima e forse mi aspettavo di rintracciare nelle sue parole un qualche segnale di fratellanza, qualche appiglio per fargli sapere che ero cresciuto e che ora anche io conoscevo quelle storie e come lui le avevo amate. È la vita segreta dei libri che, come le maschere di cera degli antenati, costituiscono una genealogia comune e finiscono per imparentarci l’uno all’altro. Non escludo sia una caratteristica della giovinezza il desiderio di rintracciare o creare somiglianze con le altre persone, anzi credo sia proprio così, se è vero che in quest’età si costruisce qualcosa. Per soffermarsi sulle differenze c’è tutto il tempo, è un lavoro decisamente più semplice, adatto alle energie che vanno diminuendo nel corso della vita.
Tendo il telo da mare sul lettino e ripensando all’incontro con il bagnino capisco perché io abbia così tanto insistito per far leggere a tutte le persone care incontrate durante la settimana Il commesso di Malamud. Perché il Libro è comunità, ogni libro condiviso è la Bibbia di un piccolo culto familiare. Il commesso me lo aveva venduto Francesco, il fidato libraio che, dopo avermi seguito per quindici anni come il dentista che conosce le carie della tua storia e i libri che le hanno curate, mi congedava con quell’ultimo consiglio prima del suo inatteso licenziamento.
L’avevo amato così tanto che il giorno dopo lo avevo prestato ad Alma, poi ad Elisa, poi ad Isabella. Noi quattro avremmo saputo che Frank si era pentito, che era sincero. Avremmo saputo che Helen si era innamorata, anche se non voleva ammetterlo e che Morris non poteva smettere di lavorare, perché solo nel lavoro riusciva a mettere a tacere i suoi rimproveri, la voce che gli ricordava costantemente di non essere stato un buon padre. Sapere queste cose ci avrebbe fornito uno stesso orizzonte di immaginazione, avrebbe creato un precedente a cui poter sempre ritornare, come la bandierina di un videogioco che salva man mano i progressi che si fanno. Come un bacio avrebbe addensato la fiducia che tra loro nutrono le persone quando permettono alle loro storie di intrecciarsi. Come un tetto immateriale avrebbe garantito la convivenza della nostra memoria e avrebbe dato vita ad un piccolo e privato esercizio di civiltà che è Noi quattro e la Storia umana e tutta la Storia della letteratura.