«C’erano informazioni che qualora Almasri fosse stato arrestato e non fosse rientrato in Libia si sarebbero verificate delle ritorsioni nei confronti di siti e persone italiane». Il rischio, dicono, era che ci fosse un nuovo caso Cecilia Sala, con un arresto a scopo estorsivo da parte delle milizie del torturatore libico. Parte da qui, dalle dichiarazioni del direttore dell’Aise Giovanni Caravelli davanti al tribunale dei ministri, la richiesta alla giunta della Camera da parte del sottosegretario Alfredo Mantovano e dei ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio per non concedere l’autorizzazione a procedere. In quel momento, dicono, c’era un interesse più forte. Era in ballo la sicurezza nazionale. Per questo si è proceduto all’immediato rimpatrio del torturatore.
«C’erano informazioni che qualora Almasri fosse stato arrestato e non fosse rientrato in Libia si sarebbero verificate delle ritorsioni nei confronti di siti e persone italiane». Il rischio, dicono, era che ci fosse un nuovo caso Cecilia Sala, con un arresto a scopo estorsivo da parte delle milizie del torturatore libico. Parte da qui, dalle dichiarazioni del direttore dell’Aise Giovanni Caravelli davanti al tribunale dei ministri, la richiesta alla giunta della Camera da parte del sottosegretario Alfredo Mantovano e dei ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio per non concedere l’autorizzazione a procedere. In quel momento, dicono, c’era un interesse più forte. Era in ballo la sicurezza nazionale. Per questo si è proceduto all’immediato rimpatrio del torturatore.
La memoria è stata depositata ieri e ricostruisce, dal punto di vista del governo, la storia della scarcerazione e del rimpatrio del generale Almasri. Non un passo indietro ma, al contrario, una rivendicazione punto per punto di quanto accaduto. Con il sottinteso che la richiesta mossa dal tribunale dei ministri ha una motivazione politica: tra le altre cose, per esempio, si accusano i magistrati di aver volutamente forzato e poi scredito alcuni testimoni, nonostante si tratti – dal capo della Polizia, Vittorio Pisani, al numero uno del Dis, Vittorio Rizzi – di figure autorevoli, antichi servitori dello Stato.
Di più: si sostiene che i magistrati abbiano volutamente inventato fatti e, dunque, stravolto la realtà. In relazione, per esempio, a un incontro che si è tenuto a Roma nel 2022 con la Cpi nel quale, a differenza di quanto hanno sostenuto i giudici, mai si sarebbe fatto – a detta del nostro governo – riferimento a provvedimenti restrittivi.
I tre ministri accusano poi il tribunale dei ministri di aver commesso gravi forzature procedurali: su tutte non aver voluto ascoltare il sottosegretario Mantovano che, il 22 maggio, aveva fatto sapere di essere pronto a rendere interrogatorio al posto del ministro Nordio che invece il tribunale dei ministri aveva chiesto di ascoltare. Nel merito: Nordio sostiene di non aver avuto il tempo di firmare le carte a causa dell’arresto irrituale e dei tempi stretti, insistendo sul punto che la documentazione ufficiale della Cpi sia stata messa a sua disposizione 48 ore dopo l’arresto e omettendo però di dire come l’interlocuzione con l’Aja sia partita immediatamente dopo il fermo di Almasri. Inoltre la Giustizia rivendica la discrezionalità, sostenendo che spettava al ministro valutare priorità e cooperazione, essendoci una richiesta contemporanea da parte della Libia. Richiesta che, però, i magistrati del tribunale dei ministri hanno ritenuto essere soltanto un tentativo posticcio di giustificare scarcerazione e rimpatrio. Alla base del rimpatrio, insistono i tre imputati, c’è il tema della sicurezza nazionale: troppo esposti i 500 cittadini italiani con la Rada, la milizia guidata da Almasri, che secondo Caravelli era in grado in qualsiasi momento di mettere a rischio la sicurezza dei connazionali, della nostra delegazione diplomatica e quella economica dell’Eni che ha grossi interessi nella zona.
Tutto questo spinge i tre imputati a rivendicare tutte le scelte come atti di governo «a tutela di interessi costituzionalmente rilevanti». E a invocare lo stato di necessità: la scarcerazione sarebbe stata infatti l’unico mezzo, a detta dei tre ministri, che lo Stato aveva per salvaguardare un interesse essenziale.