Senza il pranzo della domenica l’Italia non sarebbe l’Italia. Perché questo rito che riunisce la famiglia a tavola rappresenta il fotogramma profondo della nostra identità gastronomica. Proprio questa equazione fra cucina e carattere nazionale ispira “Il pranzo della domenica - Italiani a tavola”, un’iniziativa che domani coinvolgerà piazze e comunità di numerosi Comuni del Paese. A promuoverla sono due ministeri, quello dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare e quello della Cultura, insieme all’Anci, l’associazione dei Comuni italiani. Questa festa della tavola tricolore ha lo scopo di sostenere la candidatura della Cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.
In realtà, a fare l’Italia e gli italiani è prima di tutto la gastronomia, che viene da lontano, addirittura da prima che nascesse la nazione. Già ai primi del Duecento, infatti, il Liber de coquina (Libro di cucina), il grande ricettario redatto alla corte di Federico II, riassume i punti fermi del man…
Senza il pranzo della domenica l’Italia non sarebbe l’Italia. Perché questo rito che riunisce la famiglia a tavola rappresenta il fotogramma profondo della nostra identità gastronomica. Proprio questa equazione fra cucina e carattere nazionale ispira “Il pranzo della domenica - Italiani a tavola”, un’iniziativa che domani coinvolgerà piazze e comunità di numerosi Comuni del Paese. A promuoverla sono due ministeri, quello dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare e quello della Cultura, insieme all’Anci, l’associazione dei Comuni italiani. Questa festa della tavola tricolore ha lo scopo di sostenere la candidatura della Cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.
In realtà, a fare l’Italia e gli italiani è prima di tutto la gastronomia, che viene da lontano, addirittura da prima che nascesse la nazione. Già ai primi del Duecento, infatti, il Liber de coquina (Libro di cucina), il grande ricettario redatto alla corte di Federico II, riassume i punti fermi del mangiare tricolore. Scrivendo a chiare lettere di che pasta siamo fatti, da Bolzano a Canicattì. Siamo tutti diversi, ma abbiamo in comune l’idea che il cibo non serva solo a soddisfare bisogni e desideri, ma a star bene insieme agli altri. E in primis a condividere la tavola con le persone che amiamo.
Oltretutto le nostre abitudini e mentalità sono state largamente influenzate dalla cultura cristiana e dalle sue idee di comunità e di comunione, legate a doppio filo alla tavola, alla memoria dell’Ultima cena, dove Gesù si offre come cibo agli apostoli. Ecco perché il pranzo domenicale, con la famiglia riunita intorno al desco, rinnova il legame comunitario, aggiunge un posto a tavola per accogliere gli amici, aggiunge al gusto delle nostre tipicità la dolcezza degli affetti. Lo sapeva bene il grande Eduardo de Filippo che dedicò al celebre ragù, simbolo del pranzo domenicale partenopeo, uno dei suoi capolavori, Sabato, domenica e lunedì. La commedia descrive i tre giorni richiesti da questa autentica liturgia gastronomica. Il sabato per la preparazione, la domenica consacrata al pranzo familiare e il lunedì, quando il consumo degli avanzi addolcisce l’inizio della settimana lavorativa con uno scampolo di festosità. E lo sanno bene i nostri connazionali i quali, nonostante le trasformazioni che investono la società, il lavoro, la famiglia, rimangono legati al rito del pranzo domenicale.
Lo rivela un sorprendente sondaggio condotto qualche anno fa dall’Accademia italiana della Cucina, e ripreso come modello da imitare nel 2024 dal New York Times, da cui emerge senza possibilità di equivoco che la maggioranza degli italiani la domenica si siede a tavola per consumare il pasto collettivo. Al di là del piacere gastronomico, le famiglie si incontrano soprattutto per celebrare la comunione degli affetti, per riaffermare il valore del mangiare insieme e lo spirito della convivialità. Lo affermava il 63% del campione intervistato. Almeno la domenica, insomma, vince la tradizione. In più il Made in Italy si afferma incontrastato nelle scelte alimentari. Secondo il sondaggio, infatti, il menù è più o meno quello di sempre. Antipasto con affettati o insalata di mare. Tra i primi dominano pasta al ragù, tortellini, lasagne (12%) e risotto (11%). Mentre un superclassico come l’arrosto vince a mani basse fra i secondi. Insieme alle inseparabili patatine e una tazzina di caffè. Anzi no, perché prima viene l’irrinunciabile dolce. Anche in questo caso la tradizione non ammette eccezioni. Vanno alla grande torte e crostate. Cioè dolci di casa che sanno di famiglia. Spesso hanno anche il nome della mamma o della nonna, che restano le venerabili sacerdotesse del legame domestico, le custodi sapienti di quelle alchimie del cuore che ci riconducono al sapore e all’odore incancellabile della giovinezza. E che riaffiorano ogni domenica quando commentiamo il piatto che stiamo mangiando, passandolo al vaglio del ricordo, paragonandolo a quelli d’antan.
In realtà niente come la cucina ci fa capire come funziona la tradizione. Che mescola sempre due ingredienti principali, passato e futuro, rammemorazione e proiezione. È così che costruiamo e ricostruiamo il filo della nostra identità. Ieri, oggi e domani.