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“Giustizia inerte sugli abusi”, la Cedu: l’Italia risarcisca la donna

Valentina Scuderoni

 

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La condanna della Corte Europea dei Diritti Umani: 25mila euro a Valentina Scuderoni, vittima inascoltata. “Le violenze retrocesse a litigi”
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Roma – Questa sentenza mi riabilita come donna, come madre e anche come professionista che nella vita ha scelto per mestiere di coltivare il diritto, e la fiducia nei suoi strumenti. Ma ora desidero che serva a scongiurare altre sottovalutazioni di fronte alle denunce di violenza. Altri ridimensionamenti, o peggio: altre assoluzioni. Come è successo a me. Spero che serva alle altre, adesso». Valentina Scuderoni, romana, 43 anni, mamma di un ragazzo di 13, lascia la borsa pesante, sistema i codici in auto, volta le spalle a quel Tribunale di Civitavecchia che per lei è stato anche trincea personale, e finalmente si racconta. È l’avvocata, vittima dal 2017 di «perduranti maltrattamenti psicologici, anche fisici», che dopo lunga battaglia ha ottenuto un verdetto severo della Corte europea dei diritti umani (Cedu) nei confronti dell’Italia.

Roma – Questa sentenza mi riabilita come donna, come madre e anche come professionista che nella vita ha scelto per mestiere di coltivare il diritto, e la fiducia nei suoi strumenti. Ma ora desidero che serva a scongiurare altre sottovalutazioni di fronte alle denunce di violenza. Altri ridimensionamenti, o peggio: altre assoluzioni. Come è successo a me. Spero che serva alle altre, adesso». Valentina Scuderoni, romana, 43 anni, mamma di un ragazzo di 13, lascia la borsa pesante, sistema i codici in auto, volta le spalle a quel Tribunale di Civitavecchia che per lei è stato anche trincea personale, e finalmente si racconta. È l’avvocata, vittima dal 2017 di «perduranti maltrattamenti psicologici, anche fisici», che dopo lunga battaglia ha ottenuto un verdetto severo della Corte europea dei diritti umani (Cedu) nei confronti dell’Italia.

La sentenza ha infatti accertato la violazione da parte dello Stato degli articoli 3 e 8 della Convenzione: per non aver «adeguatamente protetto» una donna vittima di violenza domestica e per non aver ottemperato con misure tempestive ed efficaci «alla tutela sua e di suo figlio». Il nostro Paese dovrà ora risarcire la donna per 25mila euro. Un dettaglio — spiega la donna a Repubblica — «rispetto alle umiliazioni, al senso di frustrazione che si prova quando tu denunci all’autorità giudiziaria condotte così lesive della dignità e devi prendere atto che tutto viene derubricato a “dispetti”, a meri conflitti coniugali». Non a caso sul punto interviene anche la ministra della Famiglia, Eugenia Roccella: «Questa sentenza ci dice che ora stiamo andando nella direzione giusta. Ad esempio sulla formazione dei magistrati che con la nuova legge sul femminicidio, di cui auspico presto l’approvazione, sarà resa obbligatoria».

Sposata nel 2012, separata nel 2017, la convivenza forzata tra Scuderoni e il padre di suo figlio dura poco meno di un anno: e lui la sottopone a «violenze psicologiche sistematiche», al controllo coercitivo, anche a lesioni fisiche. «Installa le telecamere in casa senza il mio consenso per monitorare ogni movimento, mi insulta e denigra davanti a mio figlio, ero “una pessima madre, fai solo l’avvocata”. E ogni notte mi impedisce di studiare gli atti». Ma lei fino all’altro ieri era una vittima-no vittima. L’uomo che aveva denunciato è stato assolto. E il pm, che pure aveva chiesto 2 anni e 8 mesi per lui, anche a fronte dell’istanza di impugnazione dell’avvocata Teresa Manente, ha deciso di non ricorrere. Né questo verdetto europeo cambia le cose: nel nostro ordinamento è previsto, con il “ne bis in idem”, l’impossibilità per qualunque soggetto di essere processato due volte per le medesime condotte. Ma la Corte di Strasburgo contesta all’Italia: inadempienze e ritardi procedurali nei procedimenti, mancanza di protocolli specifici, indagini carenti. E ancora: mancata protezione preventiva, un approccio stereotipato , che vede i «litigi» laddove c’era «violenza».

Una pronuncia che pesa. «La sentenza è storica ed è frutto di analisi politico giuridica elaborate da anni di esperienza a fianco alle donne», sottolineano Manente e Ilaria Boiano, le responsabili dell’ufficio legale di Differenza Donna, che da anni assistono Scuderoni. È la prima volta che la Cedu riconosce che anche le violenze psicologiche reiterate integrano «trattamenti disumani e degradanti». Manente ragiona: «Non le hanno creduto perché non era un donna sottomessa. Se è capitato a lei, significa che c’è ancora un serio problema nella nostra giustizia. E che tante altre non vedono riconosciuti i loro diritti né premiato il coraggio della denuncia».

In particolare, al paragrafo 81, la Cedu spiega che l’articolo 3 della Convenzione europea vale «anche in assenza di maltrattamenti fisici, quando il trattamento umilia o avvilisce un individuo, dimostrando mancanza di rispetto per la sua dignità umana o sminuendola, o suscita nell’interessato sentimenti di paura, angoscia o inferiorità tali da spezzarne la resistenza morale e fisica».

Trascorsi ormai 8 anni, l’avvocata Scuderoni può parlarne quasi da “tecnico”. «Sono stata in terapia, mi sono rimessa in piedi per me e per mio figlio. Ma non dimenticherò la frustrazione provata quando lessi quella sentenza di assoluzione. Adesso che hanno letto le parole della Cedu, in Tribunale, tanti colleghi mi dicono: ora capiamo perché ti appassionavi tanto alle cause di maltrattamenti».

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