Non si trattava dunque di un pericoloso focolaio di inflazione, destinato a sconvolgere i consumatori e impensierire il governo per poi esplodere nel tecnocratico grattacielo della Banca centrale europea — lassù a Francoforte — innescando l’ennesimo scontro sull’opportunità di abbassare il costo del denaro proprio mentre i prezzi schizzano.
No, quel caffè espresso pagato un euro e cinquanta che a fine agosto aveva trasformato l’insospettabile Benevento in capitale onoraria del carovita, quantomeno baristico, era solo un errore. E nemmeno un errore di calcolo, a dire il vero, ma di posto: accade infatti che l’impiegata comunale incaricata di rilevare i prezzi locali — insomma, una fortunata dipendente pubblica pagata per fare la pausa caffè — e poi trasmetterli all’Istat, avesse deciso qualche mese prima che la sua tazzina preferiva gustarla al tavolo e non al banco, come invece impone la rigida classificazione statistica.
Non si trattava dunque di un pericoloso focolaio di inflazione, destinato a sconvolgere i consumatori e impensierire il governo per poi esplodere nel tecnocratico grattacielo della Banca centrale europea — lassù a Francoforte — innescando l’ennesimo scontro sull’opportunità di abbassare il costo del denaro proprio mentre i prezzi schizzano.
No, quel caffè espresso pagato un euro e cinquanta che a fine agosto aveva trasformato l’insospettabile Benevento in capitale onoraria del carovita, quantomeno baristico, era solo un errore. E nemmeno un errore di calcolo, a dire il vero, ma di posto: accade infatti che l’impiegata comunale incaricata di rilevare i prezzi locali — insomma, una fortunata dipendente pubblica pagata per fare la pausa caffè — e poi trasmetterli all’Istat, avesse deciso qualche mese prima che la sua tazzina preferiva gustarla al tavolo e non al banco, come invece impone la rigida classificazione statistica.
Da qui il conseguente rialzo del prezzo, rispetto al più consono euro e venti della consumazione in piedi, comunicato a Roma. E sempre da qui il successivo shakeramento mediatico dell’amara notizia: firme dei giornali e troupe televisive spedite con sprezzo delle note spese nella pur presumibilmente carissima cittadina campana, dotte disquisizioni del sindaco di Benevento — che era, è e sarà Clemente Mastella — in grado di passare con disinvoltura dal più familiare comparto caseario, settore mozzarelle e affini, ai generi coloniali.
Ma anche, bisogna dirlo, diffusa incredulità popolare sul fatto che l’espresso nel capoluogo di una delle cinque province più povere d’Italia, anche se servito nel corso principale, potesse costare quanto nella Quinta Strada a New York o in via della Spiga a Milano, che tanto ormai sono la stessa cosa. Effetto straniante, in ogni caso, quello di miscelare la polvere in apparenza neutra del dato statistico con l’aroma dell’equivoco, e prova provata che anche i dati hanno una loro fallibilità e talvolta più dell’inflazione, spettro quotidiano che aleggia sul carrello del supermercato, conta la percezione.
Tutto chiarito adesso — almeno così si spera — dopo che la Confesercenti, punta nel vivo del listino, ha effettuato una rapida controinchiesta sul territorio e l’Istat ha ammesso l’errore, comunicando anche la gelida decisione di «sollevare dall’incarico il rilevatore che non ha seguito le indicazioni fornite». La colpa, insomma, ricade tutta sulla distratta impiegata che non ha segnato il caffè corretto. Anche perché in quel caso sarebbero stati almeno due euro e cinquanta.