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Il diritto di sapere che cosa mangiamo senza ambiguità

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Da un lato scritte sempre più piccole sugli ingredienti, dall’altro termini ingannevoli: fare acquisti consapevoli è sempre più un’impresa. Le riflessioni del fondatore dell’associazione Slow Food
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La decisione dell’Europarlamento di vietare l’utilizzo di termini che riconducono alla carne per la vendita e la commercializzazione di prodotti vegetali è, a mio modo di vedere, corretta, ed è espressione di buon senso. In campo alimentare, ma non solo, noi oggi abbiamo la necessità di avere accesso a un’informazione che sia seria e dignitosa. Ritengo quindi necessario allontanarsi da quell’esasperazione di similitudini che, utilizzate come mero strumento di marketing, tendono a creare confusione in chi acquista.

La consapevolezza

Mai come in questa fase i cittadini sentono il bisogno di sapere cosa mangiano. Risulta evidente, infatti, che viviamo un rapporto con la nostra stessa dieta quotidiana sempre più effimero e impalpabile. La consapevolezza verso quello che mangiamo è, e sarà sempre, un aspetto prioritario nell’esistenza di un individuo.

Etichette sempre più piccole

È assurdo che, da un lato, le etichette riportino scritte sempre più piccole su ingredienti e altre importanti…

La decisione dell’Europarlamento di vietare l’utilizzo di termini che riconducono alla carne per la vendita e la commercializzazione di prodotti vegetali è, a mio modo di vedere, corretta, ed è espressione di buon senso. In campo alimentare, ma non solo, noi oggi abbiamo la necessità di avere accesso a un’informazione che sia seria e dignitosa. Ritengo quindi necessario allontanarsi da quell’esasperazione di similitudini che, utilizzate come mero strumento di marketing, tendono a creare confusione in chi acquista.

La consapevolezza

Mai come in questa fase i cittadini sentono il bisogno di sapere cosa mangiano. Risulta evidente, infatti, che viviamo un rapporto con la nostra stessa dieta quotidiana sempre più effimero e impalpabile. La consapevolezza verso quello che mangiamo è, e sarà sempre, un aspetto prioritario nell’esistenza di un individuo.

Etichette sempre più piccole

È assurdo che, da un lato, le etichette riportino scritte sempre più piccole su ingredienti e altre importanti informazioni, mentre, dall’altro, diano ampio spazio a nomi fasulli e spesso mistificatori rispetto al prodotto stesso.

Sfruttare i canali commerciali

Nella complessità del mondo in cui viviamo, mi rendo conto che raccontare da zero una nuova categoria merceologica non sia semplicissimo. Allo stesso tempo, però, adottare delle scorciatoie per sfruttare i canali commerciali di altri prodotti non è il modo corretto di promuovere un “nuovo” cibo. A ben pensare, questo processo è adottato soprattutto dall’industria alimentare, la stessa che trasforma e addiziona come vuole le materie prime. Nessun contadino chiamerebbe mai una mela in modo diverso. E vale lo stesso per il macellaio, il casaro o il pescatore.

Le salsicce di tofu e il “proxy wine”

Innovare non è solo una questione di implementazione tecnologica, ma anche di andare incontro a nuove necessità con strumenti originali e che diano dignità ai prodotti che si vogliono raccontare. Questo vale per i “veggie burger” o le “salsicce di tofu”, ma vale anche per il “cioccolato” prodotto partendo dalle carrube e per le bevande che, ottenute dalla fermentazione di una miriade di vegetali differenti, tendono a vendersi come “proxy wine”.

La necessità dell’informazione

Insomma, sono convinto che il Parlamento Europeo abbia recepito questa istanza forte, che tenderà a crescere ancora. Perché se vogliamo una cittadinanza attiva, in grado di far valere i propri diritti e di prendere scelte consapevoli, ebbene, questa deve essere ben informata. Ora è necessario fare un passo ulteriore e fondamentale, ovvero lavorare a delle etichette che raccontino meglio e in modo più completo e preciso ciò che mangiamo.

L’etichetta narrante

Ingredienti e provenienza ben specificati, descrizione delle pratiche di allevamento e di produzione, garanzie sul rispetto del benessere animale: questo e altro ancora è quella che noi di Slow Food chiamiamo etichetta narrante. Per giudicare un prodotto, non sono sufficienti i meri dati analitici, chimici o fisici. E non può bastare neppure il solo approccio degustativo. È necessario tener conto della storia di un prodotto, dei territori di origine, delle materie prime, della tecnica di trasformazione. Tutti dovremmo avere gli strumenti per comprendere se un alimento è prodotto nel rispetto dell’ambiente, della giustizia sociale e degli animali.

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