"Adesso dimenticatemi", ha detto l'ingegnere friulano Elvo Zornitta, per anni ritenuto ingiustamente il bombarolo del nord est, all’uscita del Tribunale di Trieste, con la superperizia che esclude la presenza del suo Dna sui reperti analizzati. L’incidente probatorio di questa mattina nella nuova inchiesta su Unabomber si è concluso attorno alle 13.30, dopo essere iniziato alle 10 davanti alla gip di Trieste Flavia Mangiante. A partecipare i consulenti incaricati di redigere la superperizia, Giampietro Lago ed Elena Pili, un monstre scientifico di 300 pagine - e 10 mila di allegati - per la quale sono serviti oltre due anni di lavori. I reperti analizzati hanno fornito 5 diversi profili genetici astrattamente utilizzabili in una futura inchiesta. A parte quello di due peli di agenti di polizia giudiziaria, il Dna estratto non corrisponde a nessuno degli indagati, né degli investigatori e dei cittadini che hanno manipolato gli ordigni disseminati dal bombarolo nel nordest, fino al 2006, quando è uscito di scena.
Indagati esclusi
"Nessuno degli indagati può essere oggetto di approfondimenti ulteriori perché è esclusa una qualsiasi loro compatibilità con le indagini. È emerso, con assoluta certezza, che vi è stata una contaminazione dei reperti, da parte di due soggetti che fanno parte di un gruppo di una trentina, che sono stati ulteriormente esaminati dai consulenti. Io voglio sapere i nomi di questi due soggetti", ha detto Maurizio Paniz, avvocato difensore di Elvo Zornitta, al termine dell'incidente probatorio. Il fascicolo torna ora nelle mani del Pm per la più che probabile richiesta di archiviazione, sollecitata da tutte le difese degli 11 indagati.
Chi ha contaminato?
"Io voglio sapere chi sono questi soggetti”, ha ribadito il difensore dello storico indagato, ora definitivamente scagionato. “È un diritto della parte che rappresento sapere chi ha contaminato questi reperti anche perché, fin dalla prima udienza di questa nuova indagine, ho sostenuto che vi era stata una contaminazione. E voglio andare a fondo perché non possiamo dimenticare quello che è successo in passato”, ha concluso il legale, “non possiamo dimenticare che l'ingegner Zornitta si è visti rovinati 20 anni di vita per effetto di un atto volontario di un ispettore di polizia. Io devo capire se c'è un qualche percorso che possa essere suscettibile di aver determinato dei danni".
Nel corso dell'incidente probatorio odierno si è poi appreso che l'indagine è stata allargata a 63 persone, senza appunto giungere ad alcuna corrispondenza del Dna con gli 11 indagati. Secondo le difese, si sarebbe dovuta comunicare l'estraneità delle persone indagate originariamente che è emersa in udienza e della quale si sapeva già da un anno e mezzo "evitando patimenti e spese di consulenze e legali ingenti".
L’inquietante mistero
Il caso Unabomber di Trieste è uno dei misteri più inquietanti (e irrisolti) della cronaca italiana. Tra il 1994 e il 2006, un attentatore anonimo ha terrorizzato il Nordest, colpendo in particolare tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. I suoi ordigni, costruiti artigianalmente con estrema precisione, venivano nascosti in oggetti di uso comune come tubetti di maionese, penne, rosari o lattine. Non erano bombe ad alto potenziale, ma congegni pensati per mutilare, ferire, spaventare. E ci riuscivano: decine di persone rimasero ferite, alcune in modo grave, e la paura si diffuse ovunque.
Il sospettato
Per anni, le indagini non portarono a una soluzione. Il sospetto principale fu Elvo Zornitta, un ingegnere di Azzano Decimo, che venne indagato e sottoposto a una lunga gogna mediatica. Ma nel 2009 fu definitivamente scagionato, dopo che si scoprì che un poliziotto del Ris, Ezio Zernar, aveva manipolato le prove per incastrarlo. Zernar fu condannato nel 2014, ma il danno era ormai fatto: Zornitta aveva perso la reputazione, la serenità, e la fiducia nella giustizia.
La riapertura del fascicolo
Nel 2022, a sorpresa, la Procura di Trieste ha riaperto il fascicolo. Due vittime degli attentati hanno chiesto di riesaminare i reperti con le tecnologie moderne. Undici persone sono state iscritte nel registro degli indagati, tra cui lo stesso Zornitta, ma senza nuovi elementi concreti. È stata disposta una superperizia genetica, condotta da esperti come Giampietro Lago, ex comandante del Ris di Parma, ed Elena Pilli, antropologa molecolare. Il risultato? Cinque profili genetici misti, nessuno dei quali corrisponde agli indagati, agli investigatori o a persone note.
"Adesso dimenticatemi”
"Adesso dimenticatemi", è stata la richiesta dell'ingegnere friulano Elvo Zornitta, dopo la sua definitiva uscita dall'inchiesta su Unabomber, sancita dalla superperizia odierna che esclude la presenza del suo Dna sui reperti analizzati. "Non ne posso più di questa vicenda”, ha aggiunto, la mia vita è stata rovinata per sempre, con il marchio di Unabomber stampato in faccia. È stato un incubo lungo oltre 20 anni. Ma ora basta: almeno la vecchiaia, visto che ho 68 anni, permettetemi di trascorrerla in pace, con la mia famiglia, guardando negli occhi, senza paura di essere giudicato, le persone che incontro".
“Sospesi sull’abisso”
"Anche in questa seconda inchiesta la parola umanità resta sconosciuta: ci hanno fatto soffrire 18 mesi in più del lecito, ma si rendono conto che dietro le inchieste ci sono delle persone con le loro famiglie?", ha aggiunto Zornitta, dopo aver appreso che la superperizia aveva escluso il coinvolgimento degli 11 indagati iniziali già 18 mesi fa. "Famigliari che hanno sofferto quanto e forse più di me", ha ricordato l'ingegnere friulano. “Devo tutto a mia moglie e a mia figlia, uniche ragioni di vita in quel periodo drammatico della mia vita. Capisco che c'era la necessità di portare a termine un'opera scientifica mastodontica”, ha proseguito, “e ringrazio i periti del loro lavoro egregio, ma penso che qualcosa nell'ordinamento vada modificato. Diciotto mesi possono sembrare un soffio per chi conduce una normale esistenza, ma per chi è stato nuovamente indagato come possibile Unabomber, dopo che un tribunale aveva definitivamente accertato la manomissione delle prove a mio carico, sono un'eternità, un tempo infinito, un periodo in cui ti trovi nuovamente sospeso sull'abisso, pur sapendo di non aver mai fatto nulla. Da quando mi sono sottoposto al test del dna, due anni fa, considerati i precedenti che ho subito e che mi hanno rovinato la vita, ho contato i giorni che mi separavano da oggi", ha concluso.