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L’assalto al pullman, la confessione dell’ultrà: “Ho tirato i sassi ma non ho ucciso l’autista”

alessandro barberini 

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L’interrogatorio di Alessandro Barberini, uno dei tre fermati per l’agguato a Rieti: “Volevamo fargli vedere chi siamo, con noi anche il capo della curva Giuseppe Aguzzi”
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RIETI – Dentro una delle stanze della questura con la facciata di mattoni rossi, l’ultrà della curva Terminillo Alessandro Barberini c’è rimasto quasi un giorno prima di finire in carcere. La luce fioca attorno a lui, le domande ripetute dagli inquirenti una dopo l’altra su quella sera di odio dopo il match di basket e quell’interrogativo che ancora oggi resta nell’aria: «Perché l’avete fatto?».

Barberini, 53 anni, cameriere saltuario, una figlia quasi laureata, fede fascista e il costante profilo di Mussolini sui suoi post social, ha deciso di parlare quando ancora era una «persona informata dei fatti». Repubblica ha raccolto il contenuto delle sue dichiarazioni. «Volevamo fargli vedere chi eravamo noi, che non avevamo paura certo di loro», è nella sostanza quanto ha detto l’ultrà per dare una giustificazione, non certo accettabile, alla sassaiola sulla statale Terni-Rieti in cui è morto Raffaele Marianella, il secondo autista del pullman dei tifosi del Pistoia Basket 2000 preso di …

RIETI – Dentro una delle stanze della questura con la facciata di mattoni rossi, l’ultrà della curva Terminillo Alessandro Barberini c’è rimasto quasi un giorno prima di finire in carcere. La luce fioca attorno a lui, le domande ripetute dagli inquirenti una dopo l’altra su quella sera di odio dopo il match di basket e quell’interrogativo che ancora oggi resta nell’aria: «Perché l’avete fatto?».

Barberini, 53 anni, cameriere saltuario, una figlia quasi laureata, fede fascista e il costante profilo di Mussolini sui suoi post social, ha deciso di parlare quando ancora era una «persona informata dei fatti». Repubblica ha raccolto il contenuto delle sue dichiarazioni. «Volevamo fargli vedere chi eravamo noi, che non avevamo paura certo di loro», è nella sostanza quanto ha detto l’ultrà per dare una giustificazione, non certo accettabile, alla sassaiola sulla statale Terni-Rieti in cui è morto Raffaele Marianella, il secondo autista del pullman dei tifosi del Pistoia Basket 2000 preso di mira.

Accanto a Barberini c’erano anche Manuel Fortuna e Kevin Pellecchia che, come lui, sono in carcere in stato di fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Rischiano l’ergastolo. Loro hanno negato di avere lanciato pietre contro il pullman, Barberini invece ha ammesso: «Anche io ho tirato un sasso, in tanti lo abbiamo fatto. Ma il mio non è stato quello che ha ucciso». La precisazione è arrivata subito dopo: «Ho colpito la parte centrale del pullman, la mia era una pietra piccola».

Se questa ricostruzione è vera lo stabiliranno le indagini. Nel buio di una serata fredda, c’è di certo che il pullman con 45 tifosi festanti per l’incontro vinto con il Real Sebastiani Rieti ha frenato all’improvviso. Un masso, grosso e appuntito, ha sfondato il parabrezza e ha ucciso Marianella praticamente sul colpo. La ferita tra bocca e carotide non gli ha lasciato alcuna speranza di salvarsi. «Se avessimo preso l’autista avremmo fatto una strage», si è lasciato sfuggire uno dei 12 bloccati per l’agguato del 19 ottobre, mentre le microspie nella sala d’aspetto della questura registravano anche i sospiri.

Alessandro Barberini era già sotto torchio da ore: «Ho visto la partita di basket come ogni domenica. Ci sono state delle schermaglie accese dentro il palazzetto». Gli animi si sono surriscaldati e a fine partita c’è stata la prima scellerata decisione: «Siamo andati dietro il PalaSojourner con l’intenzione di prenderci a cazzottate con loro ma c’era la polizia». Poi quel progetto, l’agguato pianificato in pochi minuti, i messaggi inviati sulla chat a tutta la curva. Di quasi cento tifosi solo in 12 arriveranno sulla Statale. «Con noi c’era anche Giuseppe Aguzzi, il capo degli ultrà (anche lui destinatario di un Daspo, ndr) – ha aggiunto nella sua deposizione Alessandro Barberini – Eravamo in macchina, abbiamo aspettato che passasse il pullman e ci siamo messi lungo il guardrail».

I sassi scagliati contro i rivali non sono stati solo due ma «non eravamo andati lì per uccidere». E invece è andata proprio così. «Non so chi ha tirato quel sasso grosso e non mi sono reso conto che c’era una persona morta», sono parole che non aiutano a individuare la mano assassina. Sta di fatto che l’ultrà si è messo a correre per sfuggire alle volanti di scorta al pullman che, intanto, avevano notato che stava accadendo qualcosa.

Barberini è stato bloccato mentre scappava a piedi, come Fortuna e Pellecchia. Altri due sono stati identificati qualche ora dopo. «Ho fatto una cavolata, chiedo scusa», ha infine aggiunto prima che la misura cautelare del fermo gli venisse comunicata. Oggi, molto probabilmente, ripeterà la stessa versione davanti al suo avvocato Valter Petresca e alla gip durante la convalida del fermo. Sperando di non restare in carcere. Il peso addosso di un uomo ucciso invece rimarrà.

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