Maurizio de Giovanni, ha visto? Neuroscienziati cileni hanno infilato tifosi di calcio dentro la risonanza magnetica, e ne hanno scoperte delle belle sui loro cervelli.
«Secondo me, hanno sbagliato città. Se venivano a Napoli si divertivano di più».
Cosa avrebbero trovato, per esempio, nella sua testa?
«I movimenti neuronali di un folle, di uno squilibrato assoluto. Io guardo le partite del Napoli, non di calcio ma del Napoli, circondato da gente che non ha interesse a denunciarmi: si tratta di parenti, o persone che dipendono da me».
Perché, denunciarla?
«Perché in quei momenti divento un uomo terribile, vittima di un tracollo della personalità, offensivo della morale e della religione. Do il peggio di me senza averne la minima cognizione».
Si accorgerà almeno di quanto accade in campo.
«Ma nossignore! Dopo la partita, devo riguardarla per scoprire finalmente cosa sia successo. Durante, non ho consapevolezza della dinamica del gioco, perché oscillo tra due stati d’animo: esaltazione …
Maurizio de Giovanni, ha visto? Neuroscienziati cileni hanno infilato tifosi di calcio dentro la risonanza magnetica, e ne hanno scoperte delle belle sui loro cervelli.
«Secondo me, hanno sbagliato città. Se venivano a Napoli si divertivano di più».
Cosa avrebbero trovato, per esempio, nella sua testa?
«I movimenti neuronali di un folle, di uno squilibrato assoluto. Io guardo le partite del Napoli, non di calcio ma del Napoli, circondato da gente che non ha interesse a denunciarmi: si tratta di parenti, o persone che dipendono da me».
Perché, denunciarla?
«Perché in quei momenti divento un uomo terribile, vittima di un tracollo della personalità, offensivo della morale e della religione. Do il peggio di me senza averne la minima cognizione».
Si accorgerà almeno di quanto accade in campo.
«Ma nossignore! Dopo la partita, devo riguardarla per scoprire finalmente cosa sia successo. Durante, non ho consapevolezza della dinamica del gioco, perché oscillo tra due stati d’animo: esaltazione assoluta quando ha la palla il Napoli, profondissima disperazione quando ce l’hanno gli altri».
Ci racconti meglio la dinamica della scena.
«Intanto, bisogna partire dal presupposto che la gara del Napoli non è un evento ma un luogo, e io non riesco a scomporne i momenti nella mia testa. Fondamentale è circondarmi soltanto di oggetti non fragili, perché altrimenti li fracasserei».
Urla molto?
«Ah saperlo... Sono solito assistere alle partite in silenzio, ma dopo non riesco a parlare per almeno ventiquattro ore, segno che invece evidentemente urlo. Anche di questo, va da sé, non mi rendo conto».
Si tratta di comportamento solitario?
«Assolutamente no. Il nostro gruppo Facebook si chiama Malati Azzurri e lo compongono anche magistrati e avvocati, gruppo chiuso perché si possono configurare fattispecie devianti».
C’entrano le scaramanzie?
«Eccome! Un mio amico vede le partite del Napoli sotto il tavolo, perché un giorno, anni fa, Cavani fece gol mentre lui stava raccogliendo una forchetta caduta a terra. Un altro chiude la madre sul balcone, perché Hamsik segnò una doppietta mentre la povera donna stava stendendo i panni. Solo che era marzo, mentre questo tizio la tiene fuori pure a gennaio: lei, che ha quasi 90 anni e lo sa, prima della partita si infila cappotto e passamontagna. Ma finirà che l’ammazzi!, ho provato a dirgli, e lui, imperterrito: “Quella così si conserva meglio”. Il mio amico, cuore di figlio, ha un unico riguardo: spinge la madre sul balcone solo nei momenti topici del match, quando occorre un intervento sovrannaturale estremo».
Lei condivide scaramanzie simili?
«Sinceramente no, non a questi livelli. Non come un altro mio amico che, quando gioca il Napoli, indossa sempre lo stesso paio di boxer che portava il 10 maggio 1987, giorno del primo scudetto. Si vanta di non averli mai lavati».
Forse i neuroscienziati cileni non hanno torto: qui c’è di mezzo il cervello.
«Direi più il fegato o l’intestino».
Se la partita è un luogo, lei dove la guarda?
«Mi piace farlo nei Napoli Club, magari quando presento un libro. Una volta si affrontava il Cosenza, e un tizio mingherlino e arcigno arrivò senza salutare, si sedette davanti al televisore e cominciò a insultare l’arbitro quando costui era ancora nel tunnel degli spogliatoi. Poi, proseguì per tutti i 90 minuti più recupero, infine prese la porta e se andò, di nuovo senza degnarci di un saluto, proprio come quand’era arrivato. Mi spiegarono che faceva così tutte le settimane. Una sindrome, senza alcun dubbio».
Cos’è per lei il tempo senza calcio?
«Un inutile periodo in cui lasciarsi vivere tra una partita del Napoli e l’altra».