Il professor Giampiero Giron era l’anestesista, quel giorno in cui il cuore di un uomo si mise a battere nel petto di un altro uomo. Oggi ha 91 anni, e in fondo è come se da quella sala operatoria non si fosse mai mosso.
Professore, avevate la percezione di essere entrati nella storia?
«No, per nulla. Contava soltanto non commettere errori, restando attentissimi e concentratissimi. Quando l’intervento finì, mi misi in auto alla svelta e raggiunsi una clinica di Cortina, dove bisognava operare un ragazzino di appendicite, figlio di un personaggio molto noto. Non ci fu il tempo per pensare alla storia».
Non avevate paura di fallire?
«Non più di quanto possa accadere ogni giorno. Le operazioni sono tutte delicate, perché sono tutte uguali e tu…
Il professor Giampiero Giron era l’anestesista, quel giorno in cui il cuore di un uomo si mise a battere nel petto di un altro uomo. Oggi ha 91 anni, e in fondo è come se da quella sala operatoria non si fosse mai mosso.
Professore, avevate la percezione di essere entrati nella storia?
«No, per nulla. Contava soltanto non commettere errori, restando attentissimi e concentratissimi. Quando l’intervento finì, mi misi in auto alla svelta e raggiunsi una clinica di Cortina, dove bisognava operare un ragazzino di appendicite, figlio di un personaggio molto noto. Non ci fu il tempo per pensare alla storia».
Non avevate paura di fallire?
«Non più di quanto possa accadere ogni giorno. Le operazioni sono tutte delicate, perché sono tutte uguali e tutte insidiose. Il resto lo fanno la scienza e il destino».
Quello del professor Vincenzo Gallucci, che eseguì il primo trapianto, purtroppo era segnato.
«Sì, poveretto. Morì in un incidente d’auto, anni prima della persona che aveva operato».
In quella sala operatoria di Padova, portaste la medicina italiana oltre una nuova frontiera.
«Il professor Gallucci ci teneva molto. Dal punto di vista anestesiologico, non fu un compito particolarmente difficile: il paziente rispose benissimo. Non ci furono distrazioni. eravamo professionisti capaci».
La storia, anche se lei minimizza, le passò accanto altre volte. Ad esempio, il giorno in cui Berlinguer ebbe a Padova il malore fatale. Era il 7 giugno 1984.
«Stavo per mettermi a tavola, era l’ora di cena e ricevetti la telefonata: mi fu detto che Enrico Berlinguer era in sala operatoria, e che non c’era nulla da fare perché la rottura della carotide aveva affondato il cervello in un mare di sangue. Mi recai in ospedale, dove l’allora numero due del Pci, Alessandro Natta, si avvicinò e mi spiegò: “Lei deve mantenere il cuore battente finché lo diciamo noi”. Una delicata questione legata alla successione politica di Berlinguer».
Dovette fare la guardia in rianimazione, è vero?
«La moglie del leader comunista mi chiese di evitare ad ogni costo che suo marito venisse fotografato col turbante di bende sul capo, disse che voleva che tutti lo ricordassero per il sorriso. Le risposi che avrei vigilato personalmente. Un mattino, andai in bagno per sciacquarmi il viso e si spalancò la porta: era il presidente Pertini».
Cosa le disse?
«Il presidente mi chiese se Berlinguer potesse farcela, gli risposi di no ma che avremmo fatto di tutto. Ero in canottiera e mutande: credo che nessuno, nella storia della Repubblica Italiana, abbia mai ricevuto un presidente in simili condizioni. Ma eravamo in trincea. E comunque nessuno scattò fotografie inopportune».
Professore, dopo una vita in terapia intensiva, che rapporto ha con la morte?
«Ho sempre cercato di ritardarla il più possibile: è questo il lavoro che ho scelto. Abbiamo salvato tante vite, altre le abbiamo perdute, ma il mio dovere credo di averlo fatto per bene».