Francesco Blasi, pneumologo, è il presidente del comitato di direzione della facoltà di Medicina della Statale di Milano, oltre che prorettore ai rapporti col sistema sanitario.
Professore, come è andato l’esame?
«In Statale bene. Avevamo oltre 3 mila studenti, sono state necessarie 30 aule. Abbiamo praticamente bloccato per un giorno le attività dell’università a Città studi».
Da voi ci sono stati furbetti, come li chiama la ministra Bernini?
«Abbiamo trovato due telefonini durante i test e l’esame dei ragazzi che li stavano usando sono stati sospesi. Nessuna segnalazione invece riguardo a foto di test messe online da chi ha partecipato alle prove qui alla Statale».
Come funzionavano i controlli?
«Avevamo dei sacchi trasparenti dove mettere borse e giubbotti con i dispositivi elettronici. Abbiamo detto più volte ai ragazzi di non portare niente, perché avrebbero rischiato di essere esclusi. In ogni aula c’erano due professori e tre amministrativi a controllare. Più di così non potevamo fare. Certo, visto anche che erano tanti non posso giurare che nessuno abbia copiato, magari da smartphone nascosti. Adesso, poi, ci sono anche gli orologi, gli occhiali e vari dispositivi elettronici. Ma non è che possiamo presentarci con i cani lupo».
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Se in altre università hanno copiato più persone e da voi pochissime o nessuna, alla fine sarà penalizzato che ha sostenuto l’esame, che era nazionale, a Milano.
«È vero, ma non credo che i numeri di chi ha copiato siano enormi. E comunque anche in passato, quando c’era il test nazionale, uscivano notizie riguardo a candidati che copiavano, soprattutto in certe sedi. Diciamo che sta nel gioco, l’importante è che sia un fenomeno il più possibile limitato».
Avete iniziato a correggere?
«Partiremo tra poco. Il Cineca manderà indicazioni sulle domande aperte, ma il lavoro di correzione locale sarà importante, visto che i compiti sono tremila. Ci sarà da lavorare, ma i professori sono lì per questo».
Siete riusciti nel “semestre filtro”, che semestre non è, a spiegare le tre materie di esame: chimica, fisica e biologia?
«In effetti i mesi di lezione sono stati due e mezzo. Il primo lo abbiamo fatto in presenza perché a settembre potevamo usare aule di altre facoltà che dovevano ancora iniziare l’anno. Poi c’è stata la dad, che non mi piace perché gli studenti hanno bisogno del contatto coi professori, soprattutto all’inizio. Però con 3.800 iscritti non era possibile fare altrimenti. Con le lezioni, comunque, abbiamo coperto quello che aveva richiesto il ministero».
Cosa ne pensa del nuovo sistema, è meglio del precedente?
«Sarà fondamentale vedere come sarà valutato dagli studenti. E anche quali saranno i risultati degli esami. Noi come professori e il ministero possiamo dire la nostra, ma visto che la riforma è pensata per loro, se non sono contenti è da ripensare».
Il numero chiuso c’è ancora, visto che in Italia entreranno 19 mila su 61 mila. È necessario?
«Il numero programmato è indispensabile perché non abbiamo capacità di assorbire così tanti studenti, sia come università che come sistema sanitario. In Statale entrano in circa 500 e quest’anno avevamo 3.800 candidati. Dobbiamo poter istruire i ragazzi, con lezioni teoriche ma anche facendogli vedere i malati, cioè dando tutto ciò che serve per far crescere un dottore come si deve».
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