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Contrordine, gli studenti sanno ancora scrivere: la prova in 50 anni di temi

Matteo Viale (foto di Donata Cucchi) 

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Zanichelli e Ateneo di Bologna hanno confrontato gli elaborati della Maturità dal 1967 al 2012. Per scoprire che le competenze non sono crollate
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La vulgata dice così: i ragazzi scrivono male, anzi malissimo, temi che sembrano telegrammi, compiti lunghi quanto un tweet, infarciti di “bro”, “flexo”, “non skillare”. Ah, i bei tempi andati. Ma è davvero così? Cioè la domanda, saltata in mente all’editore Zanichelli che registra da più di un secolo le evoluzioni della lingua italiana, è: come scrivevamo e come scriviamo? Che ricorda l’ironico “guardate com’eri, guardate come sei” di Compagni di scuola. La risposta, rigorosissima, è che la scrittura è invecchiata meglio di Fabris, il personaggio del film di Verdone. E a darla è una ricerca, finanziata dalla casa editrice e realizzata dal dipartimento di Filologia classica e italianistica dell’università di Bologna, i cui primi risultati saranno presentati il 3 dicembre davanti a una platea di insegnanti che metterà i numeri in fila con l’esperienza.

«Come custodi della lingua italiana ci interessava conoscere in bas…

La vulgata dice così: i ragazzi scrivono male, anzi malissimo, temi che sembrano telegrammi, compiti lunghi quanto un tweet, infarciti di “bro”, “flexo”, “non skillare”. Ah, i bei tempi andati. Ma è davvero così? Cioè la domanda, saltata in mente all’editore Zanichelli che registra da più di un secolo le evoluzioni della lingua italiana, è: come scrivevamo e come scriviamo? Che ricorda l’ironico “guardate com’eri, guardate come sei” di Compagni di scuola. La risposta, rigorosissima, è che la scrittura è invecchiata meglio di Fabris, il personaggio del film di Verdone. E a darla è una ricerca, finanziata dalla casa editrice e realizzata dal dipartimento di Filologia classica e italianistica dell’università di Bologna, i cui primi risultati saranno presentati il 3 dicembre davanti a una platea di insegnanti che metterà i numeri in fila con l’esperienza.

«Come custodi della lingua italiana ci interessava conoscere in base a evidenze scientifiche cosa accade davvero in classe», spiega l’amministratore delegato di Zanichelli, Giuseppe Ferrari.

E dunque ripartiamo dalla domanda, anzi le domande: com’è cambiata la competenza di scrittura degli studenti dalla fine degli anni Sessanta a oggi? Cosa è rimasto stabile? E cosa si è modificato nel tempo? E come misurarlo?

I compiti in armadi polverosi

Ferrari ha pensato così che le scuole da qualche parte devono per obbligo conservare i compiti dell’esame di Maturità. Così, dagli armadi polverosi e dagli archivi ancora integri di sedici istituti scolastici, sia licei sia tecnici, sparsi in sette regioni del Nord, del Centro e del Sud, sono spuntati 3.300 temi scritti in quasi mezzo secolo, tra il 1967 e il 2012. Su quei faldoni, arrivati dentro grandi scatoloni, classificati, scansionati, trascritti uno a uno e riletti, i ricercatori dell’Unibo — un team di borsisti, tirocinanti, laureandi e studenti volontari guidati dal professor Matteo Viale — si sono messi al lavoro tre anni fa.

Frasi più brevi, compiti più corti

«I risultati sono stati meno attesi del previsto, ci ha stupito la permanenza rispetto ai cambiamenti», racconta Viale. «C’è stata, è vero, una semplificazione della scrittura: frasi più brevi, modifiche della sintassi e compiti più corti». Almeno una colonna di fogli protocollo in meno, hanno contato. Questo però accade soprattutto a partire dal Duemila quando anche l’esame di Stato, dopo la riforma Berlinguer che ha introdotto nuove forme stilistiche per la prima prova, è cambiato. «La scrittura diventa più comunicativa — ragiona Viale — e meno scolastica. Ma non c’è quel crollo verticale delle competenze ventilato».

Cambiamenti non traumi

I cambiamenti, insomma, non sono traumi. «L’indice di leggibilità (si chiama Gulpease e misura la lunghezza media delle frasi e delle parole) è aumentato nei decenni, segno indiretto di una scrittura meno complessa dal punto di vista lessicale e sintattico, ma con una variazione di pochi punti (da 47 a 51)», sottolinea Viale. Ancora: la lunghezza delle frasi è passata dalle 30 parole a periodo degli anni Sessanta alle 22 del 2012. «Più paratassi e meno ipotassi», spiega in gergo tecnico Viale. «Una maggiore semplicità che però non è detto sia una male e misura un cambiamento stilistico, neppure così forte».

La varietà lessicale

C’è un altro indicatore (il type/token) che misura la varietà lessicale di un testo, e cioè quanti vocaboli diversi sono stati usati. Anche qui, a parità di lunghezza, lo scarto tra passato remoto e recente è minimo. Pure lo strumento (il Read-it) che misura le parole del vocabolario di base e quelle più raffinate non ha subito grandi oscillazioni nel tempo.

«Significa che almeno davanti al tema di Maturità, la scrittura studentesca non si è impoverita. I ragazzi sono consapevoli del contesto in cui scrivono: non una chat ma un compito istituzionale. Certo, negli anni Sessanta e Settanta la scrittura era più ingessata, poi si è sciolta, è diventata più libera. E questo ha prodotto qualche errore in più».

Gli errori

La ricerca di Chiara Lanzoni, studiosa dello stesso dipartimento di Unibo, si è concentrata proprio sugli errori lessicali, anche questi abbastanza costanti nel tempo. L’“inclinarsi” di un rapporto, anziché l’“incrinarsi”, è refuso comune a tutte le generazioni. Quanto alle cosiddette “parole spia”, ce ne sono alcune in disuso e altre emerse. Tra “sebbene” e “nonostante”, la prima è caduta in disgrazia, la seconda l’ha spuntata.

«Il prossimo anno — promette Ferrari — questo corpus verrà messo a disposizione della comunità scientifica e il lavoro continuerà, allargando magari gli anni di studio e le materie d’indagine». Scoprendo così cos’è successo alla grafia e dopo il dilagare dei social.

Intanto «questi primi risultati sono una bella notizia: se nel 1967 solo il 26,8% dei diciottenni sosteneva l’esame, nel 2012 era il 77%. Significa che la scuola ha retto l’urto della scolarizzazione di massa. Si può migliorare, insegnare a dar forma a un testo, ma la scuola - per Ferrari - ha fatto bene il suo mestiere».

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