Cronaca

Anche i tombaroli lavorano per la ‘ndrangheta: grandi guadagni, pochi rischi, sorveglianza zero

Anche i tombaroli lavorano per la ‘ndrangheta: grandi guadagni, pochi rischi, sorveglianza zero

Nei giorni scorsi 56 persone sono state arrestate fra Calabria e Sicilia. In undici lavoravano alle dipendenze del clan Arena di Isola Capo Rizzuto

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Parlavano di andare a “raccogliere finocchi” oppure “asparagi”, oppure di “battute di caccia”. In realtà si organizzavano per spogliare progressivamente i siti archeologici di Capocolonna (Crotone), Scolacium (Roccelletta di Borgia), Kaulon (Monasterace) e altri vicini, di preziosi reperti ancora sepolti e che per mancanza di fondi solo con estrema lentezza e solo in alcuni casi si stanno cercando.

Una squadra di undici persone, fra tombaroli, ricettatori e organizzatori del traffico di reperti è stata individuata e fermata nei giorni scorsi a Isola Capo Rizzuto e a tutti è stata contestata anche l’aggravante mafiosa. Quei reperti – hanno scoperto i carabinieri, coordinati dalla procura di Catanzaro – venivano cercati, trafugati e venduti con l’avallo, se non su mandato, della cosca Arena. Il gruppo – hanno scoperto inquirenti e investigatori, coordinandosi con i colleghi di Catania – faceva parte di una rete ben più ampia, attiva fra Calabria e Sicilia, che negli anni ha progressivamente spogliato decine di siti archeologici.

Per capire la portata dei danni, basta guardare i numeri dei sequestri eseguiti in una prima fase d’indagine: 10 mila reperti archeologici, di cui circa 7mila monete antiche riconducibili a diverse tipologie di conio raro, di epoca greca emesse nei territori della Magna Grecia e della Sicilia, battute dalle zecche di Heraclea, Reggio, Selinunte, Katane, Siracusa, Panormos e Gela. Un altro gruppo di monete bronzee arriva invece della cuspide nord-orientale della Sicilia, quali Calactae, Alaesa Archonidea, Alontion e Tyndaris, quasi tutte in eccellente stato di conservazione. E poi centinaia di reperti fittili, tra cui crateri integri a figure nere e rosse, chiodi e frammenti, fibule protostoriche, anelli in bronzo, pesi, monete rudimentali (aes) in bronzo con globetti indicanti il valore ponderale e/o nominale, fibbie, punte di freccia e askos buccheroide.

Un campanello d’allarme che dà ragione alle inascoltate preoccupazioni di Legambiente. L’archeomafia è per le mafie storiche “un’occasione unica – si legge nell’ultimo rapporto dell’associazione - per riciclare denaro, utilizzare i beni trafugati come moneta di scambio per partite di droga e armi, come mezzo di ricatto nei confronti dello Stato”. E il metodo di intervento è sempre più raffinato.

I tombaroli del clan Arena, ad esempio, stavano bene attenti a non scavare in zone non ancora esplorate. Approfittando della scarsa sorveglianza, come della lentezza nelle ricerche dovuta alla scarsità di fondi, la squadra, su indicazione di esperti del settore che mettevano le proprie competenze a disposizione, spogliava siti già individuati, ma non completamente esplorati. E con tanto di metaldetector – “la motosega” nelle conversazioni intercettate – scandagliavano per nottate intere gli straordinari musei a cielo aperto della Calabria Jonica, ancora in larga parte inesplorati.

Un errore però lo hanno fatto. Ed è stato proprio quello che li ha fatti cadere. Nel novembre 2022, una spedizione nel parco archeologico di Scolacium - l’antica Skylletion magnogreca, diventata Minerva Scolacium per i romani che l’hanno rifondata – nei pressi di Borgia, in provincia di Catanzaro, lascia fin troppe tracce. Se ne accorgono la direttrice del museo, Elisa Nisticò, e l’assistente Domenico Procopio: durante un sopralluogo notano una serie di buche che hanno irrimediabilmente danneggiato stratigrafie archeologiche e fanno denuncia.

I carabinieri si attivano, qualche telecamera c’è e la squadra di tombaroli non se n’è accorta o non se n’è curata. Errore: adesso gli investigatori hanno una base da cui partire, anche perché fra loro qualche faccia nota c’è. Li individuano, li intercettano, iniziano a seguirli. E documentano pedissequamente le spoliazioni. Venivano organizzate per telefono come trasferte “per andare a giocare a pallone”, ma con tanto di sosta panino per rifocillarsi prima o dopo, ma in realtà erano operazioni pianificate con cura, con tanto di target da rispettare. “Dovete raccogliere tutto, 250 carte devono rientrare”, si sente dire in una delle conversazioni intercettate prima di una “trasferta”.

Ai vertici del gruppo e in diretto contatto con il clan, Vincenzo Godano, fornitore di reperti di Francesco Arena, il figlio del boss Carmine, incaricato di rivendere antiche monete, monili e suppellettili sul mercato nazionale e internazionale, e Roberto Filoramo. Erano loro, si è scoperto monitorando e ascoltando la squadra di Isola Capo Rizzuto, a tenere i contatti con una rete assai più ampia, attiva fra Calabria e Sicilia, smantellata nei giorni scorsi con 45 misure cautelari, di cui una a carico del titolare di una casa d’aste, nel corso di un’operazione eseguita nelle stesse ore in cui sono scattati gli arresti nel crotonese.

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