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La regina degli identikit: “Io, artista in divisa, la mia arma è la matita”

Mantova, Elena Pagani, Dirigente Sindacato Autonomo di Polizia (Mantova - ,

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Da piccola volevo dipingere ma anche diventare poliziotta: ci sono riuscita, anche se sembrano due ambiti molto lontani
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MANTOVA – Elena Pagani è un po’ artista, un po’ poliziotta e un po’ ladra (di facce). Con le matite colorate sul tavolo e una scatola di pennarelli cattura i ricordi, le impressioni, i flash e i dettagli spesso confusi delle vittime, per ricostruire il volto del colpevole e dargli la caccia. Però il termine classico, identikit, non va bene: «È riduttivo perché dà l’idea di un collage. Io creo, non metto insieme linee e colori».

Qualche anno fa l’Assistente capo coordinatore Elena Pagani, in forza alla scientifica di Mantova, dirigente del Sindacato autonomo di Polizia — ed è in questa veste che la incontriamo (ma sul biglietto da visita c’è scritto Maestro d’Arte, Disegnatore Anatomico Accademico Forense) — salì, come si dice, agli onori delle cronache per aver dato un volto, e da lì un nome, allo stupratore di Rimini, con una percentuale di aderenza al reale nel disegno del 98,7 per cento, una specie di record del mondo. Molti sono i casi che ha affrontato e risolto: «Da ragazzina v…

MANTOVA – Elena Pagani è un po’ artista, un po’ poliziotta e un po’ ladra (di facce). Con le matite colorate sul tavolo e una scatola di pennarelli cattura i ricordi, le impressioni, i flash e i dettagli spesso confusi delle vittime, per ricostruire il volto del colpevole e dargli la caccia. Però il termine classico, identikit, non va bene: «È riduttivo perché dà l’idea di un collage. Io creo, non metto insieme linee e colori».

Qualche anno fa l’Assistente capo coordinatore Elena Pagani, in forza alla scientifica di Mantova, dirigente del Sindacato autonomo di Polizia — ed è in questa veste che la incontriamo (ma sul biglietto da visita c’è scritto Maestro d’Arte, Disegnatore Anatomico Accademico Forense) — salì, come si dice, agli onori delle cronache per aver dato un volto, e da lì un nome, allo stupratore di Rimini, con una percentuale di aderenza al reale nel disegno del 98,7 per cento, una specie di record del mondo. Molti sono i casi che ha affrontato e risolto: «Da ragazzina volevo dipingere, ma anche fare la poliziotta. Ci sono riuscita, sebbene i due ambiti sembrino così lontani. E prima di dedicarmi a tempo pieno al disegno anatomico forense, mi sono fatta quattordici anni di servizio operativo sulle volanti».

Mantova, Elena Pagani, Dirigente Sindacato Autonomo di Polizia (Mantova - ,

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della tirannide digitale, Elena usa colori quasi uguali a quelli del vecchio astuccio delle elementari. «L’IA si perde nell’oceano delle possibilità: può mostrare al testimone o alla vittima centinaia di migliaia di tipi di occhi o nasi, tuttavia manca la parte emotiva, non si colgono i dettagli e gli stati d’animo». Perché un identikit (usiamo il termine improprio solo per capirci) è qualcosa di molto più complesso, e riguarda la psicologia oltre che la tecnica: «Anche la parola ritratto non è corretta, perché io non ho un modello al quale ispirarmi ma solo tracce da seguire. Quando mi metto all’opera accanto a una vittima, non pongo domande. Mi faccio raccontare i fatti, redigo un verbale e poi comincio a disegnare. Una volta, una bambina mi disse che un uomo che rubava bambole, e che si temeva essere pericoloso, assomigliava a Sid, il personaggio dell’Era Glaciale. Grazie a quegli enormi occhi e quel naso lo trovammo. In genere, capisco in fretta se la strada è giusta, e per arrivarci ascolto ogni impressione, anche sensoriale, per esempio un odore catturato e memorizzato da chi ha subito una violenza, per la maggior parte donne. Le sedute possono durare dieci o dodici ore e non vanno interrotte, altrimenti si perde il flusso. Stressante ma necessario. E non esiste una seconda possibilità, per non compromettere o falsare i ricordi: si consideri che la vittima è spesso confusa, ferita nel corpo e nell’anima, protagonista di un episodio mai lineare né fermo, ma dinamico e a volte accaduto di notte. Insomma, arrivare alla faccia del colpevole è un lungo e complicato percorso attraverso il dolore».

Violentatori, pedofili, ladri, assassini: la casistica di Elena Pagani è ampia, tanto che a marzo confluirà in un libro, Criminosa Pigmenta (Oligo Editore). E c’è il progetto di una serie tv. «Racconterò nove casi emblematici che ho affrontato e risolto: non c’è posto per le mie emozioni ma solo per l’oggettività. Mi piace dire che il crimine non è solo giallo, e la verità non è soltanto bianca o nera». I pigmenta: cioè i colori allineati con estremo ordine sulla scrivania, in rigorosa gradazione cromatica: «Servono a vittime e testimoni per darmi indicazioni più esatte. Nelle sedute di disegno diamo vita a un duetto di parole e silenzi, accenni e pause. Quando il lavoro sembra finito, mi metto a riordinare il materiale con apparente noncuranza, ma con la coda dell’occhio sbircio le espressioni e i gesti del testimone: in quel momento capisco se siamo davvero vicini alla verità, oppure se è il caso di intervenire ancora sull’opera. In alcuni casi bisogna proteggere il disegno dalla furia di chi vorrebbe avventarsi sui lineamenti del colpevole appena riconosciuto». Ma non la mette in crisi questo essere artista soltanto a metà, senza esposizioni né pubblico? «No, perché i miei unici committenti sono la magistratura e i reparti investigativi».

Un lavoro freddo, cioè lucido, ma da svolgere a caldo, quando una testimonianza non è corrotta da falsi ricordi. Il disegnatore forense deve incalzare con riguardo ed empatia: «L’obiettivo è trovare, insieme, una strada umana e investigativa». E cosa pensa Elena della moda del “crime”, ormai ogni giorno in tivù? «Una moda, appunto, e non sempre ne parlano persone tenute a farlo. Tanti sedicenti esperti sono, in realtà, degli improvvisatori. Mi pare più che altro un business».

La matita colorata come arma per inchiodare un colpevole, spesso del reato più turpe, cioè la violenza sessuale. E quasi niente computer: «So che sembra strano, ma nel mio campo il pc non serve se non per questioni legate a scrittura, archivio o ricerche. Invece, l’esercizio pittorico dipende dall’arte e dal talento: io sono diplomata a Brera». Ma Elena si sente più artista o più poliziotta? «Sono esattamente la stessa cosa».

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