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Nell’hangar dei fantasmi la solidarietà tra le famiglie: “Ormai sono figli di tutti”

Nel padiglione che accoglie le persone in cerca di un disperso ci si stringe al dolore. Sperando nella buona notizia
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CRANS MONTANA – Dentro l’hangar del dolore a Crans-Montana, allestito nel centro congressi Le Régent, ci sono trenta italiani in attesa di un cenno di speranza, di qualcuno che arrivi e dica che i loro ragazzi sono stati trovati, che sono ancora qui. In uno degli ospedali svizzeri o oltre confine, feriti ma vivi. Il centro dista dodici minuti a piedi dal pub Le Constellation dove si è consumata la strage di Capodanno, ed è diventato meta di un drammatico pellegrinaggio di genitori, fratelli, sorelle, amici dei sei dispersi.

Le famiglie in un luogo protetto

Entrando in questo luogo protetto, lontano dai riflettori, dove si prova a gestire la disperazione con l’aiuto di personale di soccorso e una squadra di psicologi giunti anche dalla Lombardia e dalla Valle d’Aosta, si avverte il collante del dolore. Occhi gonfi, carezze, sussurri. Ci si tiene per mano, si prega insieme «perché da ora in poi questi ragazzi sono i figli di tutti». La hall del centro è il quartier generale dell’acco…

CRANS MONTANA – Dentro l’hangar del dolore a Crans-Montana, allestito nel centro congressi Le Régent, ci sono trenta italiani in attesa di un cenno di speranza, di qualcuno che arrivi e dica che i loro ragazzi sono stati trovati, che sono ancora qui. In uno degli ospedali svizzeri o oltre confine, feriti ma vivi. Il centro dista dodici minuti a piedi dal pub Le Constellation dove si è consumata la strage di Capodanno, ed è diventato meta di un drammatico pellegrinaggio di genitori, fratelli, sorelle, amici dei sei dispersi.

Le famiglie in un luogo protetto

Entrando in questo luogo protetto, lontano dai riflettori, dove si prova a gestire la disperazione con l’aiuto di personale di soccorso e una squadra di psicologi giunti anche dalla Lombardia e dalla Valle d’Aosta, si avverte il collante del dolore. Occhi gonfi, carezze, sussurri. Ci si tiene per mano, si prega insieme «perché da ora in poi questi ragazzi sono i figli di tutti». La hall del centro è il quartier generale dell’accoglienza, dove sostano le famiglie. Alcune sale destinate alle conferenze, brochure sulla città sparse qua e là, poltroncine nere e tavoli bianchi, la freddezza del luogo fa a pugni con lo strazio e la commozione di oggi. Arrivano cesti di frutta, del pane, dell’acqua, anche dei fiori. Mangiare è impossibile, c’è chi viene spronato a farlo perché «le energie in questo momento sono indispensabili». Una ragazza scoppia in lacrime e un’altra si alza e le accarezza la nuca. «Facciamoci forza insieme», le dice.

I genitori sperano ancora nei feriti non identificati

Ci sono il papà di Giovanni Tamburi, i genitori di Achille Barosi, fino a sera anche il padre di Chiara Costanzo poi ripartito per Milano, compagni di scuola e cugini dei sedicenni di cui a oggi si è persa ogni traccia. La speranza è aggrappata all’ultima comunicazione della Farnesina ai familiari: ci sono almeno tre feriti ancora senza volto né nome, non sono stati identificati, potrebbero essere italiani oppure no, intanto i parenti presenti nel comune di diecimila abitanti del Canton Vallese sperano che siano i loro ragazzi. «Ci hanno detto che sono tre maschi — raccontano — e che nelle prossime ore verranno fatti gli esami del Dna

La task force della Farnesina

L’ambasciatore in Svizzera Gian Lorenzo Cornado spiega che «nel centro congressi Le Régent è stata allestita una task force dal ministero degli Esteri, composta da personale del consolato generale italiano di Ginevra, dell’ambasciata e della protezione civile venuti da Roma». Dentro l’hangar di Crans-Montana tutti cercano informazioni che le autorità elvetiche, impegnate nelle difficili operazioni di identificazione dei corpi, non sono ancora in grado di fornire.

Ma in queste lunghissime ore cercano anche conforto. Il punto di raccolta è destinato ad accogliere parenti di ogni nazionalità, si vedono andare e venire belgi, francesi, portoghesi. Ma quelli che restano e non vanno via dopo avere chiesto informazioni sono solo gli italiani. Rimanendo lì condividono, pur non dimezzando, il peso che portano addosso.

«Facciamo numerosi colloqui con loro, a volte hanno semplicemente bisogno di sfogarsi — spiega Massimiliano Borzetti, team leader degli psicologi della Protezione Civile a Crans Montana che assieme ai colleghi in queste ore parla con i familiari — Mi colpisce la grandissima dignità con la quale vivono questa situazione. Sono addirittura loro a ringraziarci e questo rappresenta per noi l’energia per andare avanti».

L’incontro con il ministro Tajani

Nel primo pomeriggio il ministro degli esteri Antonio Tajani ha fatto visita ai familiari, dopo essere stato tra le ceneri della strage, nel pub dove ancora si cerca fra le macerie. «Soffro come padre e come nonno — dice il ministro uscendo dal Régent — ho lasciato il mio numero personale alle famiglie, ho detto loro di chiamarmi direttamente».

Levi Pevzner, rabbino di Crans-Montana, ha trascorso la giornata nel centro: «Ci sono persone devastate — spiega — Non c’è collera, ma frustrazione per l’incertezza. Di fronte a questa sofferenza non ci sono parole, ma è importante la presenza. Posso solo dire loro che è importante condividere questa sofferenza perché soffrire da soli è molto più difficile».

Nel tardo pomeriggio in un angolo, mentre le campane delle chiese suonano in segno di solidarietà, un gruppo di persone torna a riunirsi in preghiera. Una donna francese appena arrivata scoppia in lacrime, da due giorni non riesce a trovare suo figlio. Le madri le si stringono intorno, l’abbracciano, perché sanno che la solitudine va allontanata, bisogna resistere. Insieme.

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