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Quario: “Le gare e quel sole a Crans-Montana, ma dopo questa tragedia non sarà più il mio paradiso”

CRANS MONTANA, SWITZERLAND - FEBRUARY 22: Trainers inspect the course during the Audi FIS Alpine Ski World Cup Women's Downhill Training on February 22, 2019 in Crans Montana Switzerland. (Photo by Michel Cottin/Agence Zoom/Getty Images) 

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L’ex campionessa di sci e madre di Federica Brignone: “Nella strage sono morti i ragazzi di miei amici svizzeri. Sono sconvolta”
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La luce di Crans-Montana, tutta quella vita e quella gioventù che stanno dentro lo sport: l’esatto contrario di queste ore terribili. Maria Rosa Quario, una delle più forti sciatrici della nostra storia, nonché mamma della più grande in assoluto, Federica Brignone, è legata in modo speciale a Crans—Montana. Vi gareggiò, vi lavorò come giornalista, seguì i trionfi della figlia. Ma c’è dell’altro, purtroppo.

Signora Quario, lei conosce persone che hanno perso dei ragazzi nella strage di Capodanno, vero?

«Si tratta di nostri conoscenti svizzeri. Siamo tutti sconvolti. Qualcosa di inconcepibile per il luogo, bellissimo, e per il momento, le feste. Un destino spaventoso».

Cosa l’ha colpita di più?

«L’inconsapevolezza di ragazzini che stavano per morire e non se stavano accorgendo: è un pensiero che avremo avuto tutti. Filmavano l’inizio del rogo con gli smartphone, e uno soltanto tra loro provava a spegnere l’incendio con un pezzo di stoffa. La vita che prima si filma e poi, nel caso, si …

La luce di Crans-Montana, tutta quella vita e quella gioventù che stanno dentro lo sport: l’esatto contrario di queste ore terribili. Maria Rosa Quario, una delle più forti sciatrici della nostra storia, nonché mamma della più grande in assoluto, Federica Brignone, è legata in modo speciale a Crans—Montana. Vi gareggiò, vi lavorò come giornalista, seguì i trionfi della figlia. Ma c’è dell’altro, purtroppo.

Signora Quario, lei conosce persone che hanno perso dei ragazzi nella strage di Capodanno, vero?

«Si tratta di nostri conoscenti svizzeri. Siamo tutti sconvolti. Qualcosa di inconcepibile per il luogo, bellissimo, e per il momento, le feste. Un destino spaventoso».

Cosa l’ha colpita di più?

«L’inconsapevolezza di ragazzini che stavano per morire e non se stavano accorgendo: è un pensiero che avremo avuto tutti. Filmavano l’inizio del rogo con gli smartphone, e uno soltanto tra loro provava a spegnere l’incendio con un pezzo di stoffa. La vita che prima si filma e poi, nel caso, si vive, e qualche volta si muore».

Cosa dice questa tragedia a noi adulti?

«Che non si possono esporre i giovani a rischi simili, senza curarsi delle misure di sicurezza anche minime. La colpa non è certo di chi stava festeggiando, magari un po’ brillo all’una di notte, ma di chi è proprietario di certe strutture. In Svizzera, poi, e sottolineo Svizzera: dove pensano sempre di essere perfetti».

Questa apocalisse servirà a qualcosa, secondo lei?

«Verranno riviste le norme di sicurezza, almeno me lo auguro. E forse staremo tutti più attenti. Io, quando entro in un locale cerco per prima cosa l’uscita di sicurezza».

Ha parlato con sua figlia di questa disgrazia immane, avvenuta in un luogo che voi conoscete bene?

«Sì, è scioccata anche lei. Ha presente quel locale, perché lì davanti si assegnano i pettorali prima delle gare di Coppa del Mondo, è una specie di cerimonia. Ma penso che Federica non sia mai entrata lì dentro».

E per lei, Maria Rosa, cosa rappresenta Crans-Montana?

«Nel ‘77 vi disputai una delle prime gare internazionali importanti, le World Series: era uno slalom e uscii alla sesta porta. Invece, in Coppa del Mondo non vi ho mai gareggiato. Dieci anni più tardi, su quella pista seguii come giornalista sportiva i miei primi Mondiali, quelli dove Alberto Tomba si mise al collo la prima medaglia iridata, un bronzo».

Sempre a Crans-Montana, Federica la raggiunse come numero di vittorie in Coppa del Mondo.

«Era il 2017, fu la sua quarta volta in assoluto, una combinata, e poi mi superò alla grande. Eravamo andati a vederla partendo la mattina da casa nostra a La Salle, in Val d’Aosta, sono circa due ore d’auto. Ricordo che Fede era reduce da una vittoria in gigante a San Vigilio, eppure non stava attraversando un momento facile: lo superò, lei fa così. Conosco tante persone, amici italiani e svizzeri, che hanno casa a Crans-Montana. Anche per la mia famiglia, quel posto è una specie di casa dove si va sempre volentieri perché è un luogo bello. Questa tragedia ci ricorda che bisogna vivere attimo per attimo».

Altri pensieri speciali la legano alla celebre stazione sciistica del Vallese?

«Nel 2020, prima che tutto si fermasse per il Covid, portai mia mamma Adriana che aveva 90 anni a vedere Federica in gara a Crans-Montana, i miei genitori abitavano in Val Vigezzo, cioè non troppo distante. Partimmo all’alba da Santa Maria Maggiore, andammo con il club dei fans e Fede vinse, anche quella volta in combinata. Fu l’ultima gara alla quale assistette sua nonna. Davvero, per noi Cra’ non è un posto qualunque, non potrà mai esserlo. Il papà di Federica, mio ex marito, è stato per anni maestro di sci lassù».

Qual è la prima immagine di Crans-Montana, per lei?

«Il sole. L’esposizione è permanente e c’è una luce fortissima, continua. Penso anche al campo da golf, stupendo, e naturalmente ai 140 chilometri di piste, un paradiso per gli sciatori. E poi il clima mite, il senso di benessere che quel posto sembra emanare ovunque: questo rende ancora più atroce il contrasto con quanto accaduto, e quasi cancella ogni nostro ricordo felice. Perché, d’ora in avanti, Crans-Montana sarà per sempre il luogo della strage dei ragazzini».

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