Crans-Montana e la civiltà capovolta: quando la Svizzera smette di controllare
di Lirio AbbatePensavamo alla Svizzera come al paese delle regole, della precisione, dei controlli maniacali. Lì dove tutto è garantito, pianificato, verificato due volte, lì dove si entra in un locale certi che dietro ogni porta ci sia un’uscita di sicurezza, che sopra ogni testa ci siano materiali ignifughi, norme rispettate, responsabilità diffuse. E invece no. A Crans-Montana, cuore alpino dell’ordine e del benessere, la notte di Capodanno si è svelato il contrario. Le Constellation, che doveva essere un rifugio di musica e festa per adolescenti in vacanza si è trasformato in una tomba di fuoco. E adesso che l’attesa straziante delle famiglie è finita, i feriti italiani trasferiti, i feretri rimpatriati, resta la scena nuda della tragedia e un’inchiesta che si preannuncia come un atto di verità collettiva.
Già si affastellano le prove, le omissioni, gli errori che hanno reso possibile l’impossibile. Un controsoffitto fonoassorbente realizzato con materiale altamente infiammabile, non ignifugo, i…
Pensavamo alla Svizzera come al paese delle regole, della precisione, dei controlli maniacali. Lì dove tutto è garantito, pianificato, verificato due volte, lì dove si entra in un locale certi che dietro ogni porta ci sia un’uscita di sicurezza, che sopra ogni testa ci siano materiali ignifughi, norme rispettate, responsabilità diffuse. E invece no. A Crans-Montana, cuore alpino dell’ordine e del benessere, la notte di Capodanno si è svelato il contrario. Le Constellation, che doveva essere un rifugio di musica e festa per adolescenti in vacanza si è trasformato in una tomba di fuoco. E adesso che l’attesa straziante delle famiglie è finita, i feriti italiani trasferiti, i feretri rimpatriati, resta la scena nuda della tragedia e un’inchiesta che si preannuncia come un atto di verità collettiva.
Già si affastellano le prove, le omissioni, gli errori che hanno reso possibile l’impossibile. Un controsoffitto fonoassorbente realizzato con materiale altamente infiammabile, non ignifugo, installato a pochi centimetri dalle teste dei clienti in uno spazio interrato senza uscite di sicurezza adeguate. La scala d’evacuazione? Ristretta per fare posto ad altri tavoli. La porta d’emergenza? Controversa, piccola, con apertura nel verso sbagliato. Il personale? Ridotto all’osso e impreparato, con una sola persona all’ingresso quella sera. Tutto questo in un Paese che da sempre abbiamo guardato dal basso verso l’alto. Una beffa tragica e crudele. E non basta.
Perché Le Constellation aveva subito tre controlli in dieci anni. Tre. In Italia, quel Paese che ci affrettiamo a denunciare come bizantino, lento, soffocato da burocrazie asfissianti, un locale del genere sarebbe stato chiuso in cinque giorni. Da noi, a un gestore con precedenti penali per reati gravi (Moretti, condannato per sfruttamento della prostituzione e sequestro), non sarebbe mai stata concessa una licenza per un locale notturno. In Svizzera, sì. E non in un angolo sperduto del Paese, ma nella vetrina turistica internazionale di Crans-Montana. L’incendio è partito da una fontana pirotecnica infilata nel collo di una bottiglia, sollevata da una cameriera issata sulle spalle di un altro. Non era improvvisazione: era parte di un “numero”, un’abitudine. Ma in un locale interrato, con oltre cento ragazzi dentro, quella consuetudine si è trasformata in miccia. La schiuma fonoassorbente ha preso fuoco, il panico ha fatto il resto. E il sistema, che doveva prevenire, ha fallito. Drammaticamente.
Il modello elvetico si regge su una fiducia capillare: le norme sono federali, ma la responsabilità dei controlli antincendio è comunale. Il Cantone del Vallese si è affidato a una rete di responsabilità locali, puntando tutto sulla conoscenza diretta del territorio. Ma il risultato, oggi, è sotto gli occhi di tutti: un gioco di sponde, di rinvii, di silenzi, in cui nessuno ha fermato l’ingranaggio.Un mondo all’incontrario. Dove l’Italia si scopre più rigorosa, e la Svizzera più fragile. Dove la cultura del sospetto, che da noi a volte degenera, si rivela, alla fine, una forma di tutela. Dove il mito dell’efficienza elvetica si scioglie in un pugno di cenere e nomi. Nomi di adolescenti, di giovani adulti, venuti a festeggiare, a ridere, a vivere. Ragazzi che sono tornati a casa in una bara.
Non è solo una tragedia. È una disfatta culturale. Un’illusione che si infrange contro l’evidenza brutale: anche il paese più civile può fallire, se allenta la vigilanza, se si affida alla retorica della fiducia, se scambia la responsabilità individuale per una delega collettiva. La giustizia farà il suo corso. L’inchiesta sarà, come assicurano, rapida e rigorosa. Ma la fiducia cieca, quella sì, è morta quella notte, insieme a 40 ragazzi.