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Vola, vola, vola l’Ape Maia mezzo secolo in tv nel segno dell’ambiente

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Il tedesco Waldemar Bonsels a inizio Novecento inventò il simpatico insetto sociale diventato cartoon giapponese mezzo secolo fa. Una mostra celebra l’insetto curioso che ha accompagnato l’infanzia di un paio di generazioni. E che ora viaggia in 3D
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Ape Maia è curiosa, fa un milione di domande. Sveglia chi dorme, si stupisce del mondo che ha intorno, e perfino del fatto di avere le ali. «Voleva ficcare il naso in tutti gli angoli dell’alveare», scrive il suo creatore, il negletto Waldemar Bonsels, tedesco. Che a inizio Novecento inventò il simpatico insetto sociale diventato cartoon giapponese mezzo secolo fa. Per essere più precisi, una fortunatissima serie tv anime, sbarcata da noi a cavallo tra Settanta e Ottanta. E di quel decennio divenne una piccola trionfale mascotte, la solare traghettatrice dagli anni di piombo a quelli di un più spensierato riflusso. «Vola, vola, vola l’Ape Maia...». Sfuggivano forse ai mini-spettatori di allora gli intenti ambientalisti del racconto: l’ape protagonista, l’amico fuco, la saggia maestra, la cavalletta, lo scarabeo, il ragno formano un’accolita di sentinelle della natura. Dove l’Uomo è poco più che un’ombra opportunista.

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Ape Maia è curiosa, fa un milione di domande. Sveglia chi dorme, si stupisce del mondo che ha intorno, e perfino del fatto di avere le ali. «Voleva ficcare il naso in tutti gli angoli dell’alveare», scrive il suo creatore, il negletto Waldemar Bonsels, tedesco. Che a inizio Novecento inventò il simpatico insetto sociale diventato cartoon giapponese mezzo secolo fa. Per essere più precisi, una fortunatissima serie tv anime, sbarcata da noi a cavallo tra Settanta e Ottanta. E di quel decennio divenne una piccola trionfale mascotte, la solare traghettatrice dagli anni di piombo a quelli di un più spensierato riflusso. «Vola, vola, vola l’Ape Maia...». Sfuggivano forse ai mini-spettatori di allora gli intenti ambientalisti del racconto: l’ape protagonista, l’amico fuco, la saggia maestra, la cavalletta, lo scarabeo, il ragno formano un’accolita di sentinelle della natura. Dove l’Uomo è poco più che un’ombra opportunista.

Se le api non ronzano più

A rileggere il libro fondativo, il didascalismo salta fuori dalla pagina, con precise intenzioni: l’uomo non è cattivo, ma bisogna saperci fare, dice seria la professoressa ape, invitando i suoi giovani uditori a non perdere di vista il grande compito dell’impollinazione e dell’edificazione di favi. Non è tutto miele quel che luccica, e la quotidianità si carica di imprevisti talvolta spaventosi. Tutto sommato, era bello imparare a diventare una vera ape! Piccolo romanzo di formazione animato, derubricato dalla critica d’epoca a vicenda di un insetto buono e pasticcione. Ma per l’appunto c’è dell’altro: in una vecchia pagina di giornale, il biologo in servizio, in esemplare stile anni Ottanta, raccontava la fisionomia “metallara” dell’ape — eccellente indicatore della presenza di inquinanti. Per immagazzinare nell’alveare il nettare, inevitabilmente raccoglie anche sostanze tossiche, a cominciare dai metalli pesanti diffusi attraverso l’aria dagli scarichi di impianti industriali. Non è un caso che quel grandioso e decisivo saggio della pioniera dell’ambientalismo Rachel Carson pubblicato nel 1962, Primavera silenziosa, avesse diverse pagine dedicate al silenzio delle api. Se non ronzano più, la catastrofe è vicina.

La mostra a Desio

E adesso che lo è davvero, le celebrazioni per il cinquantennale dell’Ape Maia — con una mostra a Desio (Monza Brianza), Villa Tittoni, dal 17 gennaio (L’Ape Maia. Cinquant’anni in volo) — non sollecitano solo il mieloso, per l’appunto, effetto-nostalgia, ma anche la sensibilità ecologista nel frattempo fattasi più intensa. L’esposizione, curata da Luca Bertuzzi e Enrico Ercole, realizzata da Fondazione Franco Fossati e WOW Spazio Fumetto insieme a DeAPlaneta Entertainment, propone disegni, fumetti, libri illustrati, gadget.

E un’immersione nell’atmosfera zuccherina e svagata del cartoon che ispirava (e tuttora ispira) goffi costumi di carnevale. Sembri l’Ape Maia! Sia detto con carineria, e finché non si scatenerà qualche accorto censore, nella consapevolezza che il vecchio Bonsels, romantico tardivo, era anche antisemita e vagamente nazista. C’è chi colse tra le righe della versione letteraria l’esaltazione sciovinista di una piccola patria. Va bene scoprire il mondo, cara la mia ape, ma ricordati che le radici sono importanti!

Il volo post-ideologico

A ogni modo, risciacquati i panni a Tokyo (per mano dello studio di animazione che svecchiò pure la piccola montanara tardo-ottocentesca di nome Heidi), l’Ape Maia si è smarcata leggera dalla matrice scritta. Per prendere serena il volo post-ideologico. E continuare a impollinare l’immaginazione di nuovi spettatori, tra versioni 3D, filmoni, computer grafica, musical, peluche, puzzle, set di mattoncini, albi illustrati e votati alla difesa della natura, con tanto di “gioco del prato pulito”. Ma gli attempati generazione X e Millennial, a sentire risuonare la sigla, non pensano all’attivismo green ma ai pomeriggi della loro infanzia. Quando i cartoni giapponesi creavano un paesaggio impalpabile e affollatissimo di creature dagli occhi grandi e un impermeabile buonumore. Basta fare un giro nel social più vintage, Facebook, per trovare gruppi dedicati al rimpianto dei personaggi 80-90: «Spensieratezza allo stato puro, ricordi di un’infanzia serena», «Tutti i pomeriggi guardavo l’Ape Maia, Anna dai capelli rossi e Lady Oscar», «Che belli e innocenti che eravamo», «Mi ha insegnato l’ottimismo e a non avere paura degli insetti». «Ridateci l’Ape Maia!». Va bene, va bene, ma la verità è che non si è mai mossa da qui.

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