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Il giorno nero di Crans-Montana: “Il sindaco qui non è più gradito”. La vice: “Chiediamo scusa”

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Nel paese dell’incendio che ha ucciso 40 giovani europei, la popolazione tra sgomento, silenzi e domande senza risposte
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CRANS-MONTANA – In piedi resta solo un piccolo pupazzo di neve sporca in un muto paese in ginocchio, che all’improvviso sembra risvegliarsi dall’apatia con cui per nove giorni si è protetto dal dolore, dalla rabbia e dalla vergogna. Gli amici dei ragazzi morti dentro Le Constellation lo alzano nella piazza della chiesa di Crans-Montana, davanti al maxischermo sui cui scorrono le immagini del ricordo ufficiale delle autorità, rimaste a Martigny. «Questo è per voi – scrivono nella neve – che siete bruciati sentendo molto freddo».

L’atto di accusa

È un atto di accusa contro chi li ha traditi, non solo un ricordo tracciato con la grazia della giovinezza. Per impedire che il vento possa abbatterlo, nell’ora in cui l’intera Svizzera si ferma per capire come andare avanti, rinunciano a raggiungere il centro congressi che accoglie con un applauso gli altri sopravvissuti con le loro famiglie, i parenti delle vittime vallesane, i…

CRANS-MONTANA – In piedi resta solo un piccolo pupazzo di neve sporca in un muto paese in ginocchio, che all’improvviso sembra risvegliarsi dall’apatia con cui per nove giorni si è protetto dal dolore, dalla rabbia e dalla vergogna. Gli amici dei ragazzi morti dentro Le Constellation lo alzano nella piazza della chiesa di Crans-Montana, davanti al maxischermo sui cui scorrono le immagini del ricordo ufficiale delle autorità, rimaste a Martigny. «Questo è per voi – scrivono nella neve – che siete bruciati sentendo molto freddo».

L’atto di accusa

È un atto di accusa contro chi li ha traditi, non solo un ricordo tracciato con la grazia della giovinezza. Per impedire che il vento possa abbatterlo, nell’ora in cui l’intera Svizzera si ferma per capire come andare avanti, rinunciano a raggiungere il centro congressi che accoglie con un applauso gli altri sopravvissuti con le loro famiglie, i parenti delle vittime vallesane, i nonni e i bambini dell’altopiano, i pompieri, i poliziotti, i maestri di sci e i volontari delle ambulanze che per primi hanno cercato di salvare i risparmiati dalle fiamme. Questi amici delle stelle restano immobili sotto i fiocchi, isolati da chi li sfiora con mazzi di fiori e candele accese tra le mani: la musica suonata davanti alla comunità internazionale, non può raggiungerli.

Il silenzio e le domande

«Quando succede qualcosa – dice il ventenne Jérôme Meier - non si capisce cosa sta succedendo. Non è una colpa restare a guardare un fuoco e morire per la paura». È il giorno più nero nella storia di una località scintillante in cui ogni luce appare spenta: quello in cui chinare la testa e chiedere scusa, non basta per cancellare dagli sguardi di ognuno un’indelebile macchia. Alle 14 l’intera comunità smette quasi di respirare: il silenzio soffia una domanda fino a oggi proibita dentro le vetrine a lutto dei negozi, nei bar e nei ristoranti sbarrati, negli alberghi che congedano i portieri: «Perché?». Pochi a Crans ancora osano darsi una risposta sincera, divisi tra il pianto di chi dentro il centro Le Régent ripensa al sacrificio dei ragazzi e il simultaneo gelo per i «tardivi arresti dei Moretti» in procura a Sion.

(afp)

“I padroni non scordino chi li rende ricchi”

«Io sento soltanto – dice Agathe Favez, ex cameriera dentro Le Constellation – che i veri morti qui sono quelli che non cambieranno. Gli stagionali possono restare ogni sera sepolti nei seminterrati delle feste: i nostri padroni non scordino chi li rende ricchi, ma neppure la vita di chi lavora per loro». Pronunciate davanti all’artificiale igloo che ripara il memoriale di un numero inaccettabile di ragazzi, a pochi passi dal bar simbolo della crudeltà, sembrano incomprensibili parole antiche. Risultano invece condivise da tanti abitanti che dal mattino non smettono di vagare senza meta, per rivedere un paese che credevano scomparso: piccolo come un tempo, senza turisti, spaventato dal futuro, quasi deserto, assediato dai sensi di colpa.

Gli impianti di risalita aperti

A rimanere inspiegabilmente aperti, fino al primo pomeriggio, solo gli impianti di risalita. «Siamo ridotti a schiavi – dice Martial Bonvin, davanti all’Angel’s ski rental – di autorità che non vedono più chi siamo». Si riferisce al sindaco Nicolas Féraud, ai suoi collaboratori e ai funzionari che hanno chiuso gli occhi davanti a una bomba che sapevano pronta ad esplodere. La gente di Crans non li ha voluti nel centro congressi riservato al dolore di chi qui dovrà tentare di sopravvivere. A Féraud è stato perfino negato di dire una parola: si è nascosto tra chi è sceso a Martigny, mai inquadrato dalle telecamere, evitato e ignorato da delegazioni internazionali e autorità locali. Ormai viene definito un “imperdonabile estraneo che ci ha tolto anche l’onore”. Ha candidamente ammesso i mancati controlli sulla sicurezza. La vice sindaca Nicole Bonvin Clivaz, ammette: "Non ci sono scuse per non aver chiesto scusa, quando si è sulla linea di fuoco a volte si è maldestri, ma oggi noi dobbiamo farlo: siamo con le famiglie, siamo con le vittime, queste persone che soffrono. Sui controlli c'è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti e ci prendiamo la responsabilità per questa mancanza ma sarà l'inchiesta a dirlo, adesso non abbiamo ancora le vere risposte".

I fondi dell'antincendio

I fondi dell’antincendio, per il 2026, sono stati ridotti del 9%: 57 mila franchi risparmiati, da dirottare sui Mondiali di sci 2027. I compaesani, con i politici confederali e cantonali, invocano «rapide assunzioni di responsabilità» e «imputazioni rigorose» da parte della procura. «Dimissioni non rinviabili – dice il vigile del fuoco Philippe Morerod, tra i primi sul luogo del disastro – ma non sufficienti. Si profilano risarcimenti alle vittime per centinaia di milioni, le assicurazioni non bastano, il municipio rischia il crack, anima e immagine sono distrutte: il sindaco deve pagare in prima persona il prezzo della complicità». I giorni bui qui non sono finiti: per liberarsi dalla morsa del sistema-Moretti, non bastano un minuto di silenzio e quattro di campane a lutto.

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