✕

Un letto comodo e cibo italiano, il primo giorno di libertà di Trentini: “Ora voglio tornare a casa”

Ascolta l'audio

Dopo quattordici mesi di prigionia a Caracas, Trentini rilasciato insieme all’imprenditore Burlò. “Carcere peggio di Alcatraz”. Oggi l’arrivo a Roma. Il diplomatico italiano De Vito a colloquio con Delcy Rodriguez
4 minuti di lettura

Cùcuta - Quattrocentoventitre. Per quattrocentoventitre giorni Alberto Trentini è rimasto in fondo al pozzo venezuelano, dove lo spazio sono sei passi accanto alla branda nella cella e il tempo è cristallizzato nella routine alienante dei reclusi senza ragione: sveglia alle 5 della mattina, l’appello, «nome, cognome e nazionalità», le focacce di mais passate attraverso la feritoia da mani anonime, l’oscurità quasi perenne, le trasmissioni tv della propaganda chavista il martedì, il giovedì, il venerdì e il sabato, l’ora d’aria nel corridoio esterno, e neanche sempre. Solo domenica, 11 gennaio 2026, quando a Caracas sono le 22.30, ad Alberto Trentini è stata restituita la propria vita.

Finalmente libero. Liberi, perché la luce in fondo al pozzo si accende contemporaneamente anche per l’imprenditore torinese Mario Burlò, 52 anni, compagno di prigionia al Rodeo, il carcere di massima sicurezza di Guatire, 45 minuti di macchina dalla capitale venezuelana, dove il regime confina e rinchi…

Cùcuta - Quattrocentoventitre. Per quattrocentoventitre giorni Alberto Trentini è rimasto in fondo al pozzo venezuelano, dove lo spazio sono sei passi accanto alla branda nella cella e il tempo è cristallizzato nella routine alienante dei reclusi senza ragione: sveglia alle 5 della mattina, l’appello, «nome, cognome e nazionalità», le focacce di mais passate attraverso la feritoia da mani anonime, l’oscurità quasi perenne, le trasmissioni tv della propaganda chavista il martedì, il giovedì, il venerdì e il sabato, l’ora d’aria nel corridoio esterno, e neanche sempre. Solo domenica, 11 gennaio 2026, quando a Caracas sono le 22.30, ad Alberto Trentini è stata restituita la propria vita.

Finalmente libero. Liberi, perché la luce in fondo al pozzo si accende contemporaneamente anche per l’imprenditore torinese Mario Burlò, 52 anni, compagno di prigionia al Rodeo, il carcere di massima sicurezza di Guatire, 45 minuti di macchina dalla capitale venezuelana, dove il regime confina e rinchiude, arbitrariamente e senza accuse formali, oppositori, dissidenti, innocenti. La merce di scambio.

«Sto bene, stiamo bene», le prime parole da uomo libero di Trentini, appena mette piede nella residenza della diplomazia italiana a Caracas, dove lo accolgono l’incaricato d’affari Giovanni De Vito e sua moglie. Capelli a zero e senza barba, un po’ dimagrito (non quanto Burlò che ha perso 30 chili), provato. Il sorriso è ancora il suo, quello non sono riusciti a rubarglielo. «Fatemi fumare una sigaretta, non lo faccio da più di un anno, posso?». Non si potrebbe, nella sede vige il divieto assoluto. Ma è notte, sono stati appena rilasciati, è il sogno che segue a più di un anno di angoscia, chi ha voglia di guastare la festa? Non una sigaretta, due. Fumate nel cortile, respirando nicotina e libero arbitrio. Comincia così il giorno numero quattrocentoventiquattro. Quello della libertà ritrovata.

Alle 23 Trentini e Burlò scendono dall’auto dell’intelligence venezuelana che li ha prelevati dal Rodeo e portati alla residenza italiana, prossima a tornare quella ufficiale dell’ambasciatore d’Italia una volta completate le procedure di accredito con la presidenza venezuelana. È una serata umida a Caracas, fanno 27 gradi. Con loro sulla macchina ci sono due uomini, «persone di alto livello negli apparati», che interloquiscono con De Vito, consegnandogli un messaggio politico per il governo di Giorgia Meloni. Il tema è quello del preteso riconoscimento del nuovo corso, cominciato con la cattura di Nicolás Maduro e proseguito con il giuramento di Delcy Rodriguez.

Trentini indossa una t-shirt rossa e un paio di pantaloni blu, come Burlò è stato rasato, «e non certo per mia volontà». La scarcerazione all’improvviso, senza avvisi preliminari. «Quando ci hanno prelevato dalle celle eravamo sorpresi», racconta il cooperante veneto, arrestato il 15 novembre 2024 nello stato di Apure durante il viaggio verso Guasdualito per conto della ong Humanity & Inclusion. «Non avevamo capito che qualcosa per noi si stava muovendo. Non sapevamo neppure che Maduro era stato preso dagli americani e che è in carica un nuovo governo». Il Rodeo è noto per inghiottire esseri umani e notizie, dall’esterno non filtra niente se non quel poco che riescono a carpire i detenuti di nazionalità venezuelana nelle visite settimanali coi familiari. A loro sono concesse, agli stranieri come Alberto e Mario no.

«Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato», dicono subito a De Vito, per rassicurare. Burlò, tuttavia, riferisce di essere stato costretto a dormire sul pavimento per 14 mesi. «Ho cercato di fare ginnastica per resistere, non so cosa sia Alcatraz ma qui siamo andati oltre». Ci sarà tempo, una volta in Italia e al sicuro, per entrare nei dettagli, per realizzare e mettere a fuoco ciò che i due hanno sopportato nel penitenziario più duro. Uno dei compagni di cella, l’avvocato 35 enne Iván Colmenares Garcia, a questo giornale ha raccontato delle violenze e dei maltrattamenti delle guardie durante lo spostamento da una stanza all’altra, cosa che accade di frequente, per tenere i detenuti in uno stato di disorientamento continuo.

«Nell’ultimo trasferimento, dalla cella al piazzale dove ci aspettava l’auto, non siamo stati incappucciati né ammanettati, a differenza delle altre volte», spiega Trentini. «Anche il cibo, tutto sommato, era sufficiente». Gli attivisti venezuelani che da anni raccolgono le testimonianze dei prigionieri politici sostengono che sia prassi della direzione del Rodeo di fornire più cibo a chi sta per essere rilasciato, per riparare, almeno nell’aspetto, i segni lasciati sul fisico dell’isolamento. I due sono emozionati, vogliono parlare al più presto con chi li aspetta da troppo tempo. Alberto usa il cellulare della moglie di De Vito per chiamare sua madre Armanda al Lido di Venezia. Lo squillo che la famiglia Trentini attende da più di un anno riempie la casa quando in Italia è l’alba.

«Come stai, Alberto? Ma stai bene? Sicuro che stai bene?». La signora Armanda piange, la voce rotta, quasi non ci crede. «Noi siamo tutti qui, ti aspettiamo…». Lei e suo figlio si sentono due volte. «Non vedo l’ora di abbracciarti, mamma». Poi si apparta in una stanza e chiama la fidanzata. Finalmente può stendersi sul letto, un letto che non è una branda, e chiudere gli occhi con la consapevolezza che non sarà un appello a svegliarlo.

La mattina di lunedì mangiano italiano. La colazione, il caffè espresso, il succo d’arancia. «Siamo riusciti a dormire qualche ora». Gli vengono portati i medicinali che hanno chiesto. C’è da prepararsi per il ritorno. Il volo di Stato che il governo italiano ha inviato è già sull’Oceano Atlantico, rotta su Caracas. A bordo troveranno una psicologa che li aiuterà a gestire questa fase iniziale, perché anche la libertà, riconquistata di colpo, spaventa. Trentini si sente di nuovo con la mamma, parla con la sua legale Alessandra Ballerini. Indossando una maglietta nera con una scritta, appare in un breve video girato da De Vito e trasmesso dal Tg1.

«Sono Alberto Trentini, sono qui nella residenza dell’ambasciata italiana a Caracas. Sono libero. Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il governo, il ministro degli Esteri Tajani, il corpo diplomatico che si è attivato ed ha portato a termine la liberazione mia e di Mario». Quasi le stesse parole che usa anche Burgò: l’imprenditore torinese aggiunge di essere stato rinchiuso «per 14 mesi, ingiustamente» e un ringraziamento all’arcivescovo di Caracas. Ottenerne il rilascio è stato un lavoro complicato portato avanti sotto traccia tra due governi che non si parlavano.

«Siamo veramente felici e anche emozionati», è il commento di Giovanni De Vito. Prima di accompagnare Trentini e Burlò all’aeroporto, il diplomatico va a Palacio de Miraflores: un appuntamento con la presidente Rodriguez per illustrarle il messaggio del governo italiano. Il nuovo corso apre a rinnovate relazioni internazionali e la scarcerazione dei due italiani, nel gruppo di 116 presos politicos (su 801) che il servizio penitenziario venezuelano sostiene di aver fatto uscire, aiuta. È un passo verso la normalizzazione. L’aereo di Stato decolla nel pomeriggio di Caracas. Alle sette e mezzo di questa mattina è previsto l’arrivo a Ciampino. Riporta in Italia due uomini logorati, ma liberi. Sopravvissuti al pozzo del regime venezuelano chiamato Rodeo.

Leggi i commenti