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Crans, nelle carte il film della strage: parlano le amiche di Cyane Panine, la ragazza con il casco

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Le testimonianze raccolte dagli investigatori: “Chi fuggiva calpestava corpi”. E le immagini riprese dalle telecamere prima e dopo il rogo di Capodanno
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Crans-Montana – Sélim, trent’anni, non riesce più a dormire. «Devo prendere i sonniferi, continuo a rivivere quella scena». Ricorda «la gente in preda al panico che si calpestava. È stato orribile. Ho afferrato la mia ragazza e l’ho trascinata di sopra. Urlava: “Non lasciarmi, non lasciarmi”. La gente stava bruciando. In pochi secondi, forse dieci o quindici, tutto era a fuoco. E c’era una sola uscita per tutti, per questo le persone sono rimaste intrappolate. Se ce ne fossero state diverse, si sarebbero potute sparpagliare e il passaggio si sarebbe liberato. Ero un cliente di quel locale, conosco i gestori ma non li perdono».

Sono le 11 del mattino del 2 gennaio quando alla polizia racconta l’inferno che ha nella testa.…

Crans-Montana – Sélim, trent’anni, non riesce più a dormire. «Devo prendere i sonniferi, continuo a rivivere quella scena». Ricorda «la gente in preda al panico che si calpestava. È stato orribile. Ho afferrato la mia ragazza e l’ho trascinata di sopra. Urlava: “Non lasciarmi, non lasciarmi”. La gente stava bruciando. In pochi secondi, forse dieci o quindici, tutto era a fuoco. E c’era una sola uscita per tutti, per questo le persone sono rimaste intrappolate. Se ce ne fossero state diverse, si sarebbero potute sparpagliare e il passaggio si sarebbe liberato. Ero un cliente di quel locale, conosco i gestori ma non li perdono».

Sono le 11 del mattino del 2 gennaio quando alla polizia racconta l’inferno che ha nella testa. La sera prima lo aveva fatto la sua fidanzata Camille. A Capodanno, la ragazza va al Le Constellation per salutare la sua amica Cyane Panine, che nel locale fa la cameriera e quella sera muore nell’incendio. Cyane è la ragazza che nelle foto circolate in questi giorni è a cavalcioni sulle spalle di un collega. Indossa un casco nero, in mano le bottiglie di champagne con le candele pirotecniche che, secondo le prime indagini, scatenano il rogo. «Sono i caschi “Don Perignon — mette a verbale la titolare Jessica Moretti — Ci vengono consegnati dal nostro fornitore e li indossiamo di tanto in tanto quando serviamo lo champagne. Riconosco Cyane nella foto, perché ero dietro di lei con le bottiglie in mano».

Anche Camille riconosce la sua amica. Quella sera è al bar per augurarle buon anno. All’improvviso ci sono 16 bottiglie di champagne da servire ai tavoli e si mette a dare una mano pure lei. «Le stelline luminose erano state accese simultaneamente» per lo «spettacolo» e «Jessica le ha detto di indossare il casco. Io ho dovuto indossare una maschera bianca elegante». Passano pochi minuti. «Ho sentito un’ondata di calore. Potevo sentire la mia mano letteralmente disintegrarsi». A fatica scappa assieme al fidanzato Sèlim: «La gente diceva che il proprietario aveva bloccato le porte per impedire ai clienti di entrare e uscire da quelle laterali, dato che la serata era a pagamento». Rimane così quel «piccolo, ridicolo passaggio d’ingresso, l’unica porta».

Ora Camille si tormenta pensando all’amica: «Sarei dovuta andare a riprenderla». Quella notte la ritrova fuori, la vita ormai appesa a un filo: «Mi sono avvicinata per dirle: “Sii coraggiosa, andrà tutto bene». È stato Sèlim a dirmi che era morta. Le hanno messo un lenzuolo bianco sul corpo. Voglio fare denuncia. Perché l’ho persa. E quella schiuma non doveva essere esposta in quel modo, doveva essere protetta». Il suo compagno pensa la stessa cosa: «Non è stata colpa di Cyanne. Non è normale che l’incendio si propaghi così rapidamente».

Tra le carte dell’inchiesta scorre il film di una strage. All’1,23 del primo gennaio le telecamere interne inquadrano ancora un’atmosfera di festa. Il dj alla consolle, i ragazzi in coda al bar o seduti sui divanetti. All’1,27 alcuni testimoni filmano le prime fiamme. All’1,28, stando ai racconti, le prime telefonate ai vigili del fuoco. Edoardo, milanese di 15 anni, è al tavolo degli italiani. Elenca i nomi di chi era con lui e oggi non c’è più: Achille, Chiara, Sofia, Giovanni, Emanuele... Lui riesce a scappare. «Prima di uscire, ho detto alla guardia di sicurezza che c’era un incendio. È scesa a indagare. Altre persone ne hanno approfittato per seguirlo. Questo ha creato il caos».

Molte testimonianze si assomigliano. Tutti parlano della “fontana” a contatto col soffitto, delle successive e rapide fiamme, della difficoltà di scappare. Matilde, portoghese di 16 anni, ricorda il suo amico con «le mani ustionate e la pelle che penzolava. C’erano molte persone che cercavano di uscire dalla piccola porta d’ingresso. Spingevano e spintonavano, alcune erano cadute dalle scale». Joseph, 17 anni: «Una palla di fuoco è schizzata su per le scale. Mi sono ustionato sulla nuca, sulle orecchie e sulla mano destra. La porta d’ingresso era bloccata. Non si apriva. Sono riuscito a rompere un vetro e sono riuscito a uscire da lì».

Samir, trent’anni, nel bar c’era stato il 27 dicembre. Contatta la polizia per raccontare: «C’era una specie di schiuma sul soffitto. Ho notato subito che formava una sorta di onda, non era ben incollata, si stava leggermente abbassando». Forse per questo entra a contatto con le candele pirotecniche. Che nel bar vengono molto usate. Già il primo gennaio di 1 mattina gli esperti incaricati dalla procura trovano 25 fontane «bruciate» e un’intera confezione nel ripostiglio. Il Le Constellation a Capodanno è diventato una trappola. «Ho visto persone prive di sensi, corpi», dice Paolo Campolo. Per aiutare i feriti scova una porta sul retro. Bloccata. «Abbiamo forzato la maniglia. La porta si è aperta e i corpi sono caduti fuori. Alcuni gemevano». Racconta un episodio strano, che disegna pure su un foglietto: «Una persona che parlava italiano era nel corridoio, vicino alla porta sul retro, mentre stavamo tirando fuori le vittime dal fumo. È intervenuto dicendo che non dovevamo mai toccare le vittime. Quando sono tornato per prenderne un’altra, ho urtato un tavolo che bloccava il passaggio. Per quanto mi riguarda, il tavolo è stato messo lì per impedire l’evacuazione dei feriti».

Ma perché quella porta sul retro, come ammette lo stesso Jacques, è chiusa? Adrien, che lavora al Senso, altro locale dei Moretti, immagina una spiegazione sconcertante: «Dato che la sicurezza filtrava gli ingressi, penso che lo facesse per permettere a tutti di passare dalla stessa porta e facilitare il lavoro, forse».

Restano le parole di Maxime, 19 anni, dalle quali traspare quasi un senso di colpa per essere vivo. Descrive le fiamme «bruciargli la schiena», lui che per istinto di sopravvivenza si alza e supera la folla. «Scavalcando» chi si è dovuto arrendere.

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