Pacchetto Sicurezza, Oscar Camps: “Il blocco navale ostacolerà i soccorsi in mare”
di Alessandra ZinitiOscar Camps, fondatore di Open Arms, il governo italiano ripropone una norma che di fatto prevede il blocco navale, con la possibilità di vietare l’ingresso in acque territoriali a navi (anche umanitarie) ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. Pensa che sia il preludio a un nuovo braccio di ferro con la flotta umanitaria?
«Questa norma avrebbe un impatto molto grave sui soccorsi in mare. Non perché introduca qualcosa di nuovo, ma perché normalizza l’eccezione e rende strutturale l’arbitrio. Bloccare una nave di soccorso per “esigenze di sicurezza nazionale” significa introdurre un concetto volutamente vago in un ambito in cui il diritto internazionale è invece molto chiaro: quando una persona è in pericolo in mare, il soccorso non è un’opzione, è un obbligo. Non dipende dal contesto politico, né dalla pressione migratoria, né dall’agenda di un governo».
In concreto che cosa si aspetta possa cambiare nel vostro rapporto con le autorità italiane?
«Il rischio concreto è che ques…
Oscar Camps, fondatore di Open Arms, il governo italiano ripropone una norma che di fatto prevede il blocco navale, con la possibilità di vietare l’ingresso in acque territoriali a navi (anche umanitarie) ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. Pensa che sia il preludio a un nuovo braccio di ferro con la flotta umanitaria?
«Questa norma avrebbe un impatto molto grave sui soccorsi in mare. Non perché introduca qualcosa di nuovo, ma perché normalizza l’eccezione e rende strutturale l’arbitrio. Bloccare una nave di soccorso per “esigenze di sicurezza nazionale” significa introdurre un concetto volutamente vago in un ambito in cui il diritto internazionale è invece molto chiaro: quando una persona è in pericolo in mare, il soccorso non è un’opzione, è un obbligo. Non dipende dal contesto politico, né dalla pressione migratoria, né dall’agenda di un governo».
In concreto che cosa si aspetta possa cambiare nel vostro rapporto con le autorità italiane?
«Il rischio concreto è che questa norma venga usata non per la sicurezza, ma per ostacolare i soccorsi, ritardare le operazioni e scoraggiare la presenza di testimoni indipendenti in mare. Ogni ora persa, ogni nave ferma per decisione amministrativa, si traduce in vite esposte ad un rischio maggiore. Dire che si tratta di sicurezza nazionale quando parliamo di persone disarmate, famiglie, donne e bambini in difficoltà è una forzatura pericolosa. Le Ong non minacciano la sicurezza di nessuno. Al contrario colmano un vuoto lasciato dagli Stati. Criminalizzare il soccorso non rende il mare più sicuro, lo rende solo più mortale».
È facile prevedere che possa ripresentarsi un nuovo caso Open Arms con una nave umanitaria ferma per giorni al limite delle acque territoriali italiane e magari poi un intervento della magistratura per far scendere i migranti. Che però ora potranno essere portati in un Paese terzo. E l’Italia ha già il centro in Albania.
«Sì, è uno scenario prevedibile. E proprio per questo è inaccettabile. Tenere una nave ferma per giorni con persone a bordo è una scelta politica, non una necessità. Portarle poi in Paesi terzi, come l’Albania, non è una soluzione: è un modo per allontanare le persone e le responsabilità. Il diritto è chiaro: chi viene soccorso deve sbarcare subito in un porto sicuro. Tutto il resto è pressione deliberata sulla pelle delle persone. Lo abbiamo già visto: queste politiche non gestiscono nulla. Producono solo più sofferenza e un Mediterraneo ancora più letale».
Pensa che su questa nuova stretta possa aver influito l’esito del processo in cui Salvini è stato assolto?
« Sì. È difficile non vederlo. L'ho già detto allora, l’esito del processo Salvini ha mandato un messaggio pericoloso: che bloccare i soccorsi non ha conseguenze politiche né personali. E quando l’impunità diventa precedente, si trasforma in politica pubblica.
Questa nuova stretta nasce da lì: dall’idea che si possa ripetere ciò che è già successo, normalizzarlo e renderlo legge. Ma il problema resta lo stesso: a pagarne il prezzo sono sempre le persone in mare».
La Spagna vi ha appena premiati con un riconoscimento al valor civile, l’Italia vi tratta alla stregua di un pericolo. Continuerete le vostre missioni nel Mediterraneo?
«Sì. Continueremo. I riconoscimenti non cambiano la nostra missione e le pressioni non la fermano. Open Arms non decide dove andare in base al clima politico, ma in base a dove ci sono persone in pericolo.
Salvare vite non è una concessione degli Stati. È un obbligo.E finché nel Mediterraneo ci saranno persone che rischiano di morire, Open Arms sarà lì».