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Mai dire “Ice”, il ghiaccio bollente bandito dagli Usa

(afp)

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Questa parola ora mette brutti pensieri e l’Olimpiade, anche lei, brutti pensieri non ne vuole
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Il problema è che la paroletta inglese, «Ice», — oltre al ghiaccio, e quindi all’hockey, al whisky, al colonnello Aurelíano Buendía e al Titanic — oggi fa venire in mente soprattutto le squadracce che hanno imperversato a Minneapolis, tanto che persino Trump, visti i sondaggi, sembra averne avuto scrupolo. E così, nell’ormai montante trepidazione da inaugurazione imminente (ma «olimpico» non dovrebbe significare «imperturbabile distacco dal mondo»?), quando si riguardano in fretta tutti i dettagli perché nessuno risulti fuori posto, si è deciso: la struttura di ospitalità milanese per agonisti americani che doveva chiamarsi «Ice House» si chiamerà «Winter House», casa d’inverno, con un indubbio tocco più scandinavo, fra l’Ibsen e il Bergman.

Il nome «Ice House» è infatti diventato inopportuno: da neutra etichetta di una sostanza naturale che era, sembra un nome di battaglia. Ora, se non vogliamo apparire completamente imbecilli (cioè inattrezzati rispetto a fenomeni già oggetto di att…

Il problema è che la paroletta inglese, «Ice», — oltre al ghiaccio, e quindi all’hockey, al whisky, al colonnello Aurelíano Buendía e al Titanic — oggi fa venire in mente soprattutto le squadracce che hanno imperversato a Minneapolis, tanto che persino Trump, visti i sondaggi, sembra averne avuto scrupolo. E così, nell’ormai montante trepidazione da inaugurazione imminente (ma «olimpico» non dovrebbe significare «imperturbabile distacco dal mondo»?), quando si riguardano in fretta tutti i dettagli perché nessuno risulti fuori posto, si è deciso: la struttura di ospitalità milanese per agonisti americani che doveva chiamarsi «Ice House» si chiamerà «Winter House», casa d’inverno, con un indubbio tocco più scandinavo, fra l’Ibsen e il Bergman.

Il nome «Ice House» è infatti diventato inopportuno: da neutra etichetta di una sostanza naturale che era, sembra un nome di battaglia. Ora, se non vogliamo apparire completamente imbecilli (cioè inattrezzati rispetto a fenomeni già oggetto di attenzione di studi profondi) non dobbiamo chiederci come ciò sia potuto succedere. La domanda non ovvia è: «ma ci sono ancora nomi che non siano nomi di battaglia?». Chiederselo non è soltanto lecito ma persino imperioso, in un mondo in cui ci si industria accanitamente a coniare e ripudiare nomi, come se fossero loro a uccidere, a meritarsi l’impeachment (o anche soltanto — nel caso dei menu dei ristoranti — a essere assaggiati), anziché i criminali ordinari o politici (o i piatti in lista).

Nessun nome è più comune; ogni nome, ancorché importuno, è proprio. Il caso di cui stiamo parlando è quello di un hotel sito in Piazza XXIV Maggio, come a dire in coppa ai Navigli milanese, hotel tempo fa ribattezzato «The Yard» e ancor più di recente trasformato in un «hotel boutique» della catena «Aethos Hotel». Nell’occasione olimpica milanese l’hotel sarebbe stato una «Ice House», ma invece, per non essere scambiato per una caserma di pistoleri federali impuniti, sarà una «Winter House».

Nomi, nomi. Brand (già titolo di una tragedia proprio di Ibsen, ma è soltanto un caso), anzi: nomi di battaglia, ma di una battaglia commerciale, lecita e anzi benedetta, nell’ambito capitalistico e globale. I vorticosi cicloni onomastici — a cui, diciamocelo, non facciamo più neppure tanto caso — sono dovuti appunto a opportunità o commerciali o politiche o commerciali e politiche assieme. Quartum non datur. L’«Ice» ora mette brutti pensieri e l’Olimpiade, anche lei, brutti pensieri non ne vuole. Proviamo con Winter. E dato che ogni nome è un nome di battaglia, bisognerà cambiare nomi a ogni cosa sino a che non si troverà quello che promette di portare più fortuna in battaglia. A dieci anni ormai quasi compiuti dalla sua scomparsa, Umberto Eco avrebbe ora occasione di variare il celeberrimo finale del suo romanzo più famoso. Diceva che oramai «nomina nuda tenemus», abbiamo soltanto nudi nomi. Ora si può dire «nomina nuda timemus». Oggi li teniamo, i nomi: ma soprattutto li temiamo.

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