Le nostre città hanno bisogno di molto più verde, ma dobbiamo ripensarlo: abituarci a nuove visuali, investirci ricerca e tempo». Laura Gatti è l’agronoma che ha progettato e cura il verde del Bosco verticale di Milano, collaboratrice di fiducia di alcuni degli architetti più noti della scena internazionale: da Stefano Boeri a Mario Cucinella e Jean Nouvel. E il suo invito è diretto a addetti ai lavori e amministrazioni di un Paese – lo definisce – «ancora troppo indietro sul tema».
Manca il verde, nelle nostre città?
«Sì, ce lo chiedono le direttive europee come la “Nature Restoration Law”, il benessere psicofisico dei cittadini, gli effetti da cambiamento climatico, ma anche la logica. Entro il 2050 il 75 per cento dei cittadini europei vivrà in città, e ser…
Le nostre città hanno bisogno di molto più verde, ma dobbiamo ripensarlo: abituarci a nuove visuali, investirci ricerca e tempo». Laura Gatti è l’agronoma che ha progettato e cura il verde del Bosco verticale di Milano, collaboratrice di fiducia di alcuni degli architetti più noti della scena internazionale: da Stefano Boeri a Mario Cucinella e Jean Nouvel. E il suo invito è diretto a addetti ai lavori e amministrazioni di un Paese – lo definisce – «ancora troppo indietro sul tema».
Manca il verde, nelle nostre città?
«Sì, ce lo chiedono le direttive europee come la “Nature Restoration Law”, il benessere psicofisico dei cittadini, gli effetti da cambiamento climatico, ma anche la logica. Entro il 2050 il 75 per cento dei cittadini europei vivrà in città, e serve che gli alberi contribuiscano come devono all’equilibrio dell’ecosistema. Che gli alberi facciano gli alberi».
Eppure, in Italia, il verde urbano pare ancora considerato più un problema da gestire, che altro. Pini che crollano, frane, costi.
«Perché siamo culturalmente molto indietro rispetto a una Parigi, dove si continua a depavimentare, o una Londra. Secondo l’ultimo dato Ispra sul Consumo di suolo, in fondo, in Italia è artificializzato il 7,17 per cento dei suoli, contro una media europea del 4,4».
Che fare, quindi?
«Investire sulla riforestazione delle città, ma anche cambiare il modo in cui l’abbiamo fatto per anni. Oggi quello che sta facendo la mia categoria è cercare di capire quali specie non più adatte al riscaldamento globale vanno sostituite, e con quali altre capaci di adattarsi di più agli effetti delle temperature in aumento e dei cambi di clima vanno rimpiazzate».
Ad esempio?
«Ad esempio, a Milano sarà sempre più difficile far crescere carpini e querce, meglio lecci e la parrotia persiaca, una pianta di origini mediorentali ad alto tasso di resistenza alla siccità. In Liguria continuano ad ammalarsi le palme, che del resto fino a 150 anni fa non erano nel paesaggio. Di sicuro, però, non basterà cambiare specie».
In che senso?
«Nel progettare questo cambio va considerato anche il rapporto tra pianta e suolo, l’ecosistema urbano, va ripensato lo spazio per l’albero all’interno delle città ragionando in senso sistematico. Anche perché finché non si mette a dimora, non potremo sapere se una pianta può vivere al meglio in un determinato terreno.
Ecco perché servirebbero più ricerca, più tempo, e pure vivai dove far crescere quelle specie che sappiamo già resisteranno alle temperature in aumento».