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Giornata bullismo, la storia di Daniel: “Ero solo contro tutti, oggi aiuto le vittime come me”

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Daniel Pisoni ha subito per anni abusi e aggressioni fisiche e verbali dai suoi compagni di scuola, nel silenzio assoluto di prof e dirigenti scolastici. Oggi fa parte di Bulli Stop, il centro nazionale che lo ha aiutato a rinascere
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Daniel Pisoni vive tra le nuvole, ogni giorno guarda il mondo da diecimila metri d’altezza. È responsabile di cabina per una compagnia aerea e in pochi secondi deve prendere decisioni a volte anche critiche. Ma il 7 febbraio, la giornata contro il bullismo e il cyber bullismo, la sua mente torna all’inferno vissuto a terra, a Canonica D’Adda, in provincia di Bergamo. Lì, durante le scuole medie, ha vissuto per tre anni una discesa in picchiata verso la paura. Oggi ha 23 anni, allora ne aveva 11.

Perché, secondo lei, è diventato bersaglio dei bulli. Cosa ha scatenato la violenza?

“Ancora oggi mi chiedo il perché di tanto odio ma forse non lo saprò mai. Cosa gli dava fastidio? Forse il fatto che fossi più maturo degli altri? Mi piaceva confrontarmi con gli adulti, ragiona…

Daniel Pisoni vive tra le nuvole, ogni giorno guarda il mondo da diecimila metri d’altezza. È responsabile di cabina per una compagnia aerea e in pochi secondi deve prendere decisioni a volte anche critiche. Ma il 7 febbraio, la giornata contro il bullismo e il cyber bullismo, la sua mente torna all’inferno vissuto a terra, a Canonica D’Adda, in provincia di Bergamo. Lì, durante le scuole medie, ha vissuto per tre anni una discesa in picchiata verso la paura. Oggi ha 23 anni, allora ne aveva 11.

Perché, secondo lei, è diventato bersaglio dei bulli. Cosa ha scatenato la violenza?

“Ancora oggi mi chiedo il perché di tanto odio ma forse non lo saprò mai. Cosa gli dava fastidio? Forse il fatto che fossi più maturo degli altri? Mi piaceva confrontarmi con gli adulti, ragionare su cosa accadeva nel mondo. La mia colpa forse era proprio questa, avere un linguaggio diverso, non esser omologato”.

In che modo la perseguitavano?

“Hanno iniziato con gli insulti. Da “f… di m…” a “cog….” fino a “non vali niente”. Le offese erano anche per la mia famiglia. Non c’era rifugio nemmeno a casa, perché il veleno scorreva sui social: creavano profili falsi per scrivermi "Sparisci dalla faccia della terra", "Pezzo di merda, ammazzati". Rubavano le mie foto e le diffondevano nelle chat di classe per ridere di me.

Si sono fermati alle parole e ai social?

“No, purtroppo. Dalla seconda media ho smesso di vivere. La scuola era una trincea, ma il "fuori" era diventato un campo minato. Non potevo più uscire di casa. Se lo facevo, scattava la caccia all'uomo. Bastavano cinque minuti e me li ritrovavo alle spalle, in bicicletta, pronti a inseguirmi. C’era un rituale crudele che ripetevano spesso, come un gioco sadico ben collaudato: mi accerchiavano mentre ero in bici, mi costringevano a fermarmi e mi buttavano a terra con la forza. Mentre io ero lì, umiliato sull'asfalto, mi strappavano la bicicletta dalle mani e correvano via per nasconderla in giro per il paese. Mi lasciavano a piedi, solo, terrorizzato, costretto a tornare a casa camminando nella vergogna mentre loro ridevano. Era un assedio psicologico continuo”.

L’episodio più grave?

“Il terrore puro arrivò un pomeriggio in un vicolo cieco, dove mi bloccarono senza via di fuga. Mi infilarono dei petardi accesi dentro la maglietta bianca. Sentii lo scoppio, il calore sulla pelle, la maglietta che prendeva fuoco. Tornai a casa piangendo, tremando, con la puzza di bruciato addosso. Mia madre, disperata, andò a scuola il giorno dopo”.

Cosa fece la scuola?

“Mia madre sbatté sulla cattedra un giornale che parlava di un ragazzo suicida per bullismo e urlò ai professori ‘Volete vedere mio figlio morto? Non state facendo niente per fermarlo’. La risposta della scuola fu il vero colpo al cuore, forse peggiore delle botte fisiche. Ci dissero di "darci una calmata", che stavamo "esagerando", che quelle erano solo "bravate per crescere". La dirigente scolastica ignorava tutto, i professori minimizzavano. E io intanto sprofondavo nell'ansia, non dormivo più se non con i farmaci”.

Come è riuscito riemergere dal buio?

“L'apice della violenza arrivò il 3 maggio 2017, in terza media. Ero stato interrogato in geografia, avevo preso un bel voto. Mentre tornavo al mio posto, nell'ultima fila, uno dei bulli prese la rincorsa dalla prima fila. Mi colpì alle spalle con violenza. Sentii la spalla destra rompersi dentro. La professoressa vide tutto. Il suo commento fu agghiacciante: "Ho visto che ha colpito il burattino e lo ha fatto apposta". Finii in ospedale. Il compagno ebbe soltanto un voto sulla condotta abbassato. Quando rientrai, dopo mesi, a scuola fui accolto da frasi di questo tipo: "Sei un falso invalido", "Stai fingendo", "Sei una merda umana". Un altro stillicidio”.

E i professori?

“Muti. Complici nel silenzio. È a quel punto che ci guardammo in faccia con la mia famiglia e decidemmo di denunciare tutto e tutti”.

Come è finita?

“Nel procedimento penale abbiamo denunciato i tre ragazzi responsabili delle persecuzioni. Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo aperto una complessa causa civile a Brescia colpendo tutti i livelli di responsabilità fino al ministero dell'Istruzione. Perché se un ragazzo ti rompe una spalla a scuola tra l'indifferenza generale, lo Stato deve risponderne. È stata una battaglia durissima, resa ancora più amara dall'atteggiamento omertoso di chi avrebbe dovuto dire la verità. Ma non abbiamo mollato di un centimetro. Alla fine, abbiamo ottenuto ciò che era giusto: siamo stati risarciti per tutto il dolore che ho vissuto e abbiamo chiuso la causa sia in civile sia in penale”.

Cosa è rimasto di questo passato doloroso?

"Oggi trasformo quel dolore in azione facendo parte del ‘Centro nazionale contro il bullismo - Bulli Stop’. Sono stati loro a sostenermi nel mio percorso di rinascita. Devo tutto a questo centro e, soprattutto, alla sua presidente, Giovanna Pini. Lei non è solo una pedagogista, è un uragano di luce. Il mio impegno oggi è totale e ricopro con orgoglio un ruolo fondamentale: sono un SOS (Social Operator Supporter). Noi SOS siamo le "sentinelle del web": monitoriamo i social network non per giudicare, ma per intercettare il disagio, individuare situazioni a rischio e offrire supporto immediato. Per me, che sono stato massacrato proprio attraverso uno schermo, usare la rete per salvare qualcuno invece che per ferirlo è la vittoria più grande”.

Cosa si sente di dire a chi si trova in una situazione di sopraffazione?

“A chi sta leggendo e si sente solo, dico: ‘Non arrenderti’. Denuncia, cerca aiuto in realtà come Bulli Stop. La vita dopo il bullismo esiste, ed è bellissima. Io ne sono la prova, anche se tra le nuvole”.

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