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Vajont, torna l’idea di una centrale elettrica nel luogo del disastro. Scoppia la polemica

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Favorevole il sindaco di Erto, paesino che si trova sul versante friulano ma i comuni veneti invece dicono no
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Una centralina elettrica per sfruttare l’acqua del torrente Vajont. A rilanciare lo storico progetto di produrre energia sul luogo del più devastante disastro della storia industriale italiana è la società Welly Red srl di Sacile, in Friuli-Venezia Giulia, con sede operativa a Belluno, in Veneto. Idea ricorrente, per oltre sei decenni bocciata dalla popolazione dei paesi sconvolti dalla strage, tutti sul versante bellunese della diga. Anche in quest’ultimo caso secco il no del sindaco di Longarone Roberto Padrin, che è pure presidente della provincia di Belluno, all’ipotesi di uno sfruttamento energetico da parte di una società privata.

Favorevole invece il sindaco di Erto, Antonio Carrara: secondo il quale i privati sarebbero i primi a versare circa 360 mila euro all’anno nelle casse municipali, da usare per opere e servizi pubblici. Sul fronte del no si confermano anche i comitati dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti, oltre che storici e geologi. Il disastro del Vajont rest…

Una centralina elettrica per sfruttare l’acqua del torrente Vajont. A rilanciare lo storico progetto di produrre energia sul luogo del più devastante disastro della storia industriale italiana è la società Welly Red srl di Sacile, in Friuli-Venezia Giulia, con sede operativa a Belluno, in Veneto. Idea ricorrente, per oltre sei decenni bocciata dalla popolazione dei paesi sconvolti dalla strage, tutti sul versante bellunese della diga. Anche in quest’ultimo caso secco il no del sindaco di Longarone Roberto Padrin, che è pure presidente della provincia di Belluno, all’ipotesi di uno sfruttamento energetico da parte di una società privata.

Favorevole invece il sindaco di Erto, Antonio Carrara: secondo il quale i privati sarebbero i primi a versare circa 360 mila euro all’anno nelle casse municipali, da usare per opere e servizi pubblici. Sul fronte del no si confermano anche i comitati dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti, oltre che storici e geologi. Il disastro del Vajont resta una delle pagine più vergognose dell’Italia fascista e del dopoguerra. La veneziana Sade, per produrre energia idroelettrica decise di chiudere con una diga la forra del Vajont, nonostante i ripetuti allarmi sull’instabilità del monte Toc, che sovrasta il bacino artificiale scavato per raccogliere l’acqua.

La sera del 9 ottobre 1963, dopo gli inascoltati allarmi denunciati dalla giornalista dell’Unità Tina Merlin, una frana immensa precipitò nel lago. L’onda alzata superò il muro della diga e si riversò a valle superando Longarone e spazzando via vari paesi del Bellunese: il bilancio fu di 1917 vittime, tra cui 487 bambini e ragazzi. La vergogna di un disastro causato dalla cupidigia della Sade e dalle pressioni industriali del Nordest, fu superata da un processo che vide i responsabili di fatto assolti, o condannati a pene minime, oltre che da risarcimenti umilianti.

Anche per questo il progetto idroelettrico depositato a metà dicembre dalla Welly Red presso gli uffici della Regione Friuli-Venezia Giulia, scatena le reazioni contrarie già sollevate nel 1996 e nel 2010 da precedenti piani di sfruttamento, subito accantonati. Per i famigliari delle vittime “l’acqua del Vajont resta sacra, oltre che un monito contro la follia di chi si accanisce ad asservire le risorse naturali alla propria sete di guadagno”. Per Roberto Padrin si può invece ragionare sulla centralina idroelettrica “solo nel caso in cui la concessione fosse affidata all’ente pubblico e dopo un confronto aperto con la popolazione”.

Allarmati i geologi, secondo i quali “la frana del monte Toc non è ancora consolidata, specie in superficie, e rimane un alto rischio idrogeologico”. Il progetto della Welly Red prevede di collocare due turbine al termine di un pozzo verticale profondo 123 metri e all’interno di una caverna scavata alla base della forra del Vajont, sul versante pordenonese del lago, tra i comuni di Erto e Casso.

La centralina verrebbe realizzata con un investimento di 12 milioni di euro, in gran parte finanziati dalle banche e con un rilevante contributo statale. La produzione annua di energia elettrica sarebbe di oltre 13 gigawatt: con 180 mila euro annui di costi di gestione, garantirebbe ricavi per 1,6 milioni all’anno. Secondo il piano della Welly Red, l’acqua del torrente verrebbe restituita al suo alveo poco a valle della centralina, proseguendo a scorrere verso il fiume Piave per gli attuali scopi sia energetici che irrigui.

Il progetto è sul tavolo dei tecnici dallo scorso 12 dicembre e il primo passo sarà l’esito di una valutazione del suo impatto ambientale. Difficile, considerate le reazioni subito sollevate, che veda la luce. Rimane il fatto che con il passare del tempo le pressioni per sfruttare a fini energetici l’acqua del Vajont si moltiplicano: e che il Bellunese è scosso anche dai piani veneti per costruire una diga da 30 milioni di metri cubi d’acqua sul torrente Vanoi, contro cui si è schiarata l’intera popolazione locale.

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