Strage Cutro, alla veglia assente la politica: “Non dimenticare significa evitare che si ripeta”
di Alessia CanditoFiori a mare, lì dove le onde hanno restituito per settimane corpi. Peluche e lumini in spiaggia, tre anni fa per mesi percorsa da superstiti e familiari delle vittime alla ricerca di un oggetto, una scarpa, una traccia di chi tra le onde è scomparso e non è mai stato recuperato. Per il terzo anno di fila, una veglia, organizzata da associazioni, comitati, cittadini ha ricordato bambini, donne e uomini morti a meno di cinquanta metri dalla riva dopo lo schianto del caicco Summer love sulla secca che si allunga davanti a Steccato di Cutro.
Assente la politica – “e non sarebbe stata gradita dopo tutte le promesse mancate”, dice chi stanotte era lì - è stata la comunità con familiari e superstiti, i pochi che siano riusciti a raggiungere Crotone per omaggiare i propri morti. A dispetto delle promesse arrivate dal governo nelle settimane successive al naufragio, alcuni dei parenti delle vittime non hanno avuto né documenti, né permessi, né il ricongiungimento con i pezzi di famiglia già i…
Fiori a mare, lì dove le onde hanno restituito per settimane corpi. Peluche e lumini in spiaggia, tre anni fa per mesi percorsa da superstiti e familiari delle vittime alla ricerca di un oggetto, una scarpa, una traccia di chi tra le onde è scomparso e non è mai stato recuperato. Per il terzo anno di fila, una veglia, organizzata da associazioni, comitati, cittadini ha ricordato bambini, donne e uomini morti a meno di cinquanta metri dalla riva dopo lo schianto del caicco Summer love sulla secca che si allunga davanti a Steccato di Cutro.
Assente la politica – “e non sarebbe stata gradita dopo tutte le promesse mancate”, dice chi stanotte era lì - è stata la comunità con familiari e superstiti, i pochi che siano riusciti a raggiungere Crotone per omaggiare i propri morti. A dispetto delle promesse arrivate dal governo nelle settimane successive al naufragio, alcuni dei parenti delle vittime non hanno avuto né documenti, né permessi, né il ricongiungimento con i pezzi di famiglia già in Europa.
Una lapide per Mohamad solo grazie alla società civile
Il Mediterraneo ha restituito 94 corpi, ma ci sono famiglie che non hanno neanche una tomba su cui piangere. Altre sepolture sono rimaste a lungo senza nome, come quella di “Ali”, un bimbo di tre anni a cui solo l’anno scorso è stata restituita la sua vera identità e il suo nome, Mohamed Sina. E oggi, solo grazie a una campagna di raccolta fondi promossa da giornalisti e attivisti, ha una lapide che lo racconta come “bambino per sempre”. Uno dei 35 morti a pochi metri dalla salvezza, mentre chi avrebbe potuto intervenire – è la consapevolezza dolorosa che diventa più forte a ogni udienza del processo contro sei ufficiali e sottoufficiali di Finanza e Guardia costiera che per negligenze e omissioni di quel naufragio devono rispondere – è rimasto a guardare.
Finanza e Guardia costiera in aula nei giorni dell’anniversario
Finanza e Guardia costiera sapevano che quella notte, con mare tanto agitato da costringere le motovedette a rientrare, c’era un caicco carico di migranti in avvicinamento verso la costa. Lo aveva comunicato Frontex, con un dispaccio con cui segnalava la presenza di una sola persona sul ponte ma “con ritorno termico significativo” e zero dispositivi di soccorso. E la Finanza – è emerso nel corso delle ultime udienze – ne era consapevole.
Le autorità sapevano di quel caicco
Lo rivela una comunicazione della centrale operativa nazionale che alle 23.20 del 25 febbraio indicava il caicco come "natante con migranti". Così come consapevoli del disastro provocato da ritardi e rimpalli di responsabilità sembrano gli ufficiali oggi indagati che, ha spiegato proprio in questi giorni in aula maggiore dei carabinieri Roberto Nicola Cara, dopo il naufragio parlavano di “exit strategy” da concordare. Nuove ferite per i familiari delle vittime che qualche giorno fa sono tornati a Crotone e alla premier Meloni hanno chiesto “giustizia”, mentre davanti al tribunale, rivolgendosi agli imputati dentro e a tutta la catena di comando che quella notte ha fallito hanno detto: “Chiedano almeno scusa”. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno si è mai assunto la responsabilità per tutti quei morti.
L’appello degli studenti a Mattarella
"Il silenzio fa più male delle onde e l'indifferenza uccide due volte. Cutro non venga dimenticata, non sono morti numeri, ma persone", è l'appello che gli studenti dell'istituto superiore Barlacchi-Lucifero di Crotone hanno affidato a un videomessaggio indirizzato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che pochi giorni dopo la strage è arrivato a Crotone per incontrare familiari e superstiti e raccogliersi davanti alle bare allineate dentro il palazzetto dello sport diventato una gigantesca morgue. Nessuno del governo lo ha fatto, nonostante un consiglio dei ministri straordinario convocato a pochi chilometri da lì per approvare un inasprimento delle pene per i capitani, ultimo anello della catena di quanti lucrino su chi attraversa il mare perché canali sicuri, legali e rapidi non ce ne sono.
Arci: “Non dimenticare le responsabilità politiche”
“Noi non dimentichiamo le responsabilità politiche per il mancato salvataggio, ancor prima di quelle penali – scrive Arci in una lunga nota, alla vigilia dell’anniversario - . Non dimentichiamo la vergogna di un decreto legge fatto contro il diritto d'asilo e contro i diritti umani e a favore dei trafficanti di persone". Sulla spiaggia, l’eco degli appelli che arrivano a decine da ong, organizzazioni umanitarie, agenzie Onu. "Onorare le vittime di Cutro non significa solo ricordarle: significa fare in modo che il loro destino non si ripeta", sottolineano Oim e Unhcr. "Il salvataggio in mare è un obbligo giuridico e deve restare una priorità assoluta. Per questo è necessario rafforzare il sistema di ricerca e soccorso”, afferma Salvatore Sortino, Direttore dell'Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'Oim.
Impegnarsi a salvare i vivi, avere pietà per i morti
"Le istituzioni dovrebbero rivedere le politiche migratorie adottate sinora, improntate alla difesa dei confini invece che alla tutela dei diritti fondamentali a cominciare da quello alla vita", chiede Emergency, mentre Fondazione Migrantes chiede anche “atti di pietas doverosi” nei confronti di chi non ce l’ha fatta e oggi il mare restituisce. Li chiama “mattoncini di umanità” il direttore generale, monsignor Pierpaolo Felicolo, che si unisce ai vescovi di Calabria e Sicilia e alle associazioni che, mentre il Mediterraneo continua a raccontare naufragi che nessuno vede consegnandone le vittime, chiedono “prelievi del Dna a tutti coloro che perdono la propria vita sulle rotte migratorie che toccano il nostro Paese. Ciò consentirebbe di costituire una banca dati che permetterebbe ai familiari delle persone scomparse di identificarle e sapere dove andare a piangere i loro cari. Sono atti di pietas doverosi. È il minimo: non possiamo considerare normali queste morti". Appelli a cui risponde solo il continuo frangersi delle onde sulla spiaggia di Steccato di Cutro.