Il Tribunale dei minori di Venezia ha rimesso alla Corte Costituzionale il caso di una coppia di uomini che chiede di poter adottare un bambino ospite di un orfanotrofio all’estero. Spetta ora alla Consulta decidere se l’articolo 29 bis della legge che regola le adozioni sia incostituzionale nella parte in cui non consente alle coppie omosessuali unite civilmente di procedere a un possibile affidamento.
«Qualora persistesse il divieto di accesso all’adozione internazionale si produrrebbero effetti irragionevoli, discriminanti e non giustificati» si legge nella motivazione del Tribunale. Quello dei due quarantenni veneziani che hanno sollevato la questione è «un legame solito e inteso», scrivono i giudici sula base anche di una relazione di psicologi e assistenti sociali. I due, uniti civilmente dal 2019, sono «una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro (…) caratterialmente all’opposto, ma questo non li divide, piuttosto, li integra». In più, è stata proprio la coppia a esplicitare il «grande desiderio di famiglia e di poter dare amore a un bambino», con il valore aggiunto di conoscere bene le discriminazioni affrontate per il loro orientamento sessuale e quindi sapere probabilmente più di altri insegnare a qualcuno come affrontare le difficoltà della vita.
Sembrerebbe tutto nella norma, dunque. Ma è qui che viene il paradosso. Secondo la legge, le adozioni sono riservate alle coppie sposate o a persone “single”, ma mai alle unioni civili. «È assurdo – spiega l’avvocata della coppia Valentina Pizzol – Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostruire l’unione civile, aggirando così l’ostacolo». Così la decisione del Tribunale: la coppia «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono».
Nel provvedimento ha sostenuto che la normativa – per com’è formulata ora – è discriminante sia per le coppie unite civilmente che per i bambini. E contrasta anche con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo. Secondo i giudici veneziani, il «giusto punto di equilibrio tra il diritto del minore a vivere in un ambiente stabile e armonioso, e quello della coppia legata da un’unione civile ad accogliere tale minore come genitori adottivi, porta a ritenere che il divieto non corrisponde più a una finalità legittima e meritevole di tutela. Ma anzi si traduce in una sostanziale discriminazione».
A essere soddisfatta, anche l’altra avvocata della coppia, Eleonora Biondo, che ha esplicitato come l’ordinanza del Tribunale sia l’opportunità di una possibile piccola rivoluzione. La battaglia però non è finita. La coppia sa che la loro vertenza è complicata: «Non vogliamo essere dei pionieri ma solo valutati per ciò che siamo e che potremmo offrire in termini di accoglienza e possibilità a un bambino senza riferimenti».