ROMA – A un certo punto parte il coro ritmato: «Riders rights, riders rights!». I diritti a chi non ce li ha: rider, ciclofattorini, lavoratori dell’algoritmo, schiavi di un nuovo caporalato digitale, come lo ha definito la procura di Milano nella doppia inchiesta su Glovo e Deliveroo. E ieri, alcuni di loro, sono arrivati alla spicciolata in 34 piazze d’Italia da Padova a Palermo. Convocati dalla Cgil nazionale per una mobilitazione che in piazza Re di Roma, nella Capitale, la segretaria confederale Francesca Re David definisce sciopero: «Sembra incredibile dirlo nel 2026, ma scioperare è rischioso: rischi provvedimenti, rischi di non essere pagato, di perdere il lavoro. E lo sfruttamento dei rider è l’esempio più evidente di quanto il lavoro stia tornando indietro».
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ROMA – A un certo punto parte il coro ritmato: «Riders rights, riders rights!». I diritti a chi non ce li ha: rider, ciclofattorini, lavoratori dell’algoritmo, schiavi di un nuovo caporalato digitale, come lo ha definito la procura di Milano nella doppia inchiesta su Glovo e Deliveroo. E ieri, alcuni di loro, sono arrivati alla spicciolata in 34 piazze d’Italia da Padova a Palermo. Convocati dalla Cgil nazionale per una mobilitazione che in piazza Re di Roma, nella Capitale, la segretaria confederale Francesca Re David definisce sciopero: «Sembra incredibile dirlo nel 2026, ma scioperare è rischioso: rischi provvedimenti, rischi di non essere pagato, di perdere il lavoro. E lo sfruttamento dei rider è l’esempio più evidente di quanto il lavoro stia tornando indietro».
Senza regole e contratto
Non si potrebbe dire sciopero, perché i rider di Glovo e Deliveroo, a differenza di Just Eat, non sono dipendenti. Questi ragazzi — tanti pakistani, afgani, bangladesi — vengono pagati a cottimo. Non hanno contratto, pedalano «anche 30-40 chilometri al giorno per 20 euro». Sotto l’acqua e sotto il sole. Un’inchiesta di Nidil Cgil su 500 di loro rivela che molti lavorano tra le 7 e le 10 ore al giorno, fino a sei o sette giorni a settimana. E compensi tra 2 e 4 euro a consegna.
«Mi hanno chiuso l’account perché mi sono rifiutato di portare una pizza a un’ora e mezza di pedalata», racconta un rider afgano che come tanti si è avvicinato al sindacato per un aiuto. «Chiediamo a queste multinazionali di sedersi a un tavolo con noi, altrimenti continueremo a fare cause e i tribunali ci daranno ragione», dice Re David.
Ancora pochi in piazza
E se è vero che ieri la partecipazione nelle piazze d’Italia è stata simbolica — al massimo trenta o quaranta rider per piazza — questa è la prima volta che un sindacato nazionale confederale chiama i lavoratori dell’algoritmo a manifestare per il diritto a un salario giusto.
«Basta sfruttamento, basta lavoro povero: lavorare per vivere non per sopravvivere, il nostro lavoro vale di più», dicono i cartelli incollati sopra il cubo giallo o verde che i rider smontano dalle loro bici elettriche con la batteria doppia.
«Sono lavoratori che non sanno di avere diritti, fragili, non sindacalizzati. Spesso non sanno nemmeno l’italiano», dice Roberta Turi, Nidil Cgil. E tra loro nascono leader. Come Basha, sfregiato da un cliente perché non aveva portato la pizza al piano. Ora traduce i diritti in urdu ai colleghi.