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Migranti: cade la rete di Mela, l’inafferrabile boss cinese tradita dalla passione per il casinò

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Per mesi i carabinieri sono stati sulle tracce della capa della banda che ha fatto entrare centinaia di persone in Italia, costrette a pagare fino a 7mila euro
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Sui documenti, quelli veri, il suo nome era Ji Xiumei. Al casinò di Venezia, un’elegantissima bionda coreana chiamata Eunache Chung. Per i suoi dipendenti era Mela, boss di una rete in grado di assicurare transiti, permessi e passaporti falsi, persino un avvocato in caso di arresto. Per gli investigatori invece era un fantasma inafferrabile, capo di una rete di sfruttamento in grado non solo di far entrare centinaia di persone in Italia, ma anche di farle arrivare in Spagna o Germania. Un’invisibilità venuta meno quando due dei suoi collaboratori storici hanno iniziato a parlare con i carabinieri coordinati dalla procura di Gorizia.

Scoperta per una leggerezza

Anche loro hanno scoperto il vero ruolo di Mela solo per un errore o una leggerezza. “Su Wechat il nome del mio superiore, che è una donna, è "Mela ", e su Alipay il nome reale è JI XiuMei, lo so perché lei mi fece un pagamento, ed altre volte mi ha chiesto di fare dei pagamenti in suo favore”, rivela uno dei testimoni chiave de…

Sui documenti, quelli veri, il suo nome era Ji Xiumei. Al casinò di Venezia, un’elegantissima bionda coreana chiamata Eunache Chung. Per i suoi dipendenti era Mela, boss di una rete in grado di assicurare transiti, permessi e passaporti falsi, persino un avvocato in caso di arresto. Per gli investigatori invece era un fantasma inafferrabile, capo di una rete di sfruttamento in grado non solo di far entrare centinaia di persone in Italia, ma anche di farle arrivare in Spagna o Germania. Un’invisibilità venuta meno quando due dei suoi collaboratori storici hanno iniziato a parlare con i carabinieri coordinati dalla procura di Gorizia.

Scoperta per una leggerezza

Anche loro hanno scoperto il vero ruolo di Mela solo per un errore o una leggerezza. “Su Wechat il nome del mio superiore, che è una donna, è "Mela ", e su Alipay il nome reale è JI XiuMei, lo so perché lei mi fece un pagamento, ed altre volte mi ha chiesto di fare dei pagamenti in suo favore”, rivela uno dei testimoni chiave dell’indagine che ha permesso di scoprire una delle reti attraverso cui centinaia di migranti cinesi raggiungono l’Italia, che sia approdo ultimo o snodo.

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Un’organizzazione complessa, in grado di tenere insieme drivers e passeurs bosniaci e autisti cinesi, che poteva contare su basi e capannoni, oltre a contatti oltre confine tutti ancora da esplorare. Muri, restrizioni e leggi che hanno trasformato l’Europa in una fortezza non hanno fermato i transiti, li hanno solo trasformati in un business. E quello di Mela è solo uno degli anelli della catena dello sfruttamento.

Transiti decuplicati

Dal 2022, quando per la prima volta sono stati registrati 88 arrivi di migranti cinesi lungo la rotta balcanica, i transiti sono quasi decuplicati. Secondo Frontex, nel 2025 almeno 706 persone in arrivo dalla Cina sono arrivate in Serbia, Paese in cui non necessitano di visto, per poi proseguire il viaggio verso l’Europa. E a caro prezzo. A Mela ogni migrante doveva pagare sei o settemila euro.

Alcuni venivano prelevati appena passato il confine, a Monfalcone o a Trieste, poi portati in un capannone tra Mestre e Padova. “Poi – racconta uno degli indagati, ex autista della rete - proseguono lo stesso giorno verso Prato, oppure verso la Germania o verso la Spagna, nel qual caso restano a dormire, talora anche per un mese, in quell'alloggio”. In questo caso il prezzo del viaggio sale, così come i debiti che chi cade nella rete accumula.

Solo lui, spiega l’autista pentito, ha accompagnato in quel capannone gruppi di persone almeno dieci volte, ma insieme a lui c’erano almeno altri due drivers cinesi, più i passeurs bosniaci o montenegrini incaricati dell’attraversamento del confine. Quando è stato assunto – racconta l’uomo agli investigatori – ha specificamente chiesto se si trattasse di un lavoro illegale. Da “Mela” avrebbe ricevuto solo rassicurazioni. “Mi rispose che con la patente cinese non avrebbero potuto farmi nulla”.

Tradita dalla passione per il gioco

Si sentiva tranquilla Ji Xiu Mei, per questo non esitava a entrare e uscire senza nascondersi troppo dallo stabile in cui i migranti venivano tenuti prigionieri, ad avere rapporti diretti con l’agenzia immobiliare che glielo aveva concesso in locazione e anche a frequentare abitualmente il Casinò di Venezia. E proprio il tempio del gioco l’ha tradita. All’ingresso, la donna si è presentato con un passaporto intestato a Eunache Chung, coreana. Peccato che gli investigatori le stessero già con il fiato sul collo e che quella foto fosse identica a quella presente su altri documenti intestati ad altre persone. Un passo falso che le è costato carissimo.

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