«Sono anarchica. E come anarchica sono nemica di questo Stato e d’ogni forma di governo, credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene e chi le stringe». Così parlava, il 15 gennaio 2025, durante un’udienza preliminare nel tribunale di Perugia, Sara Ardizzone, morta nell’esplosione del casolare al parco degli Acquedotti assieme al suo compagno, Alessandro Mercogliano.
Tra i due, che vivevano in un appartamento nel quartiere Alessandrino a Roma, era lui ad avere una storia militante e processuale più importante. “Sandrone”, così lo chiamavano, 53 anni, di Nola, era stato più volte coinvolto in indagini sulla Fai, la Federazione anarchica informale di cui fa parte Alfredo Cospito, l’unico anarchico ristretto al 41 bis, condannato per la gambizzazione nel 2012 dell’ad di Ansaldo, Roberto Adinolfi, e gli ordigni esplosivi fuori dalla scuola allievi carabinieri di Fossano del 2006. Un attentato, quest’ultimo, finito nella maxi inchiesta della procura di Tori…
«Sono anarchica. E come anarchica sono nemica di questo Stato e d’ogni forma di governo, credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene e chi le stringe». Così parlava, il 15 gennaio 2025, durante un’udienza preliminare nel tribunale di Perugia, Sara Ardizzone, morta nell’esplosione del casolare al parco degli Acquedotti assieme al suo compagno, Alessandro Mercogliano.
Tra i due, che vivevano in un appartamento nel quartiere Alessandrino a Roma, era lui ad avere una storia militante e processuale più importante. “Sandrone”, così lo chiamavano, 53 anni, di Nola, era stato più volte coinvolto in indagini sulla Fai, la Federazione anarchica informale di cui fa parte Alfredo Cospito, l’unico anarchico ristretto al 41 bis, condannato per la gambizzazione nel 2012 dell’ad di Ansaldo, Roberto Adinolfi, e gli ordigni esplosivi fuori dalla scuola allievi carabinieri di Fossano del 2006. Un attentato, quest’ultimo, finito nella maxi inchiesta della procura di Torino “Scripta manent”. Tra gli imputati di quelle azioni, compiute tra il 2003 e il 2007 e dirette contro poliziotti, giornalisti o politici, c’era pure “Sandrone”. Nell’arringa finale del processo, il pm, Roberto Sparagna, diceva: «Le cellule anarchiche delle Fai-Fri sono la Champions League dell’eversione». Mercogliano però, condannato in primo grado nel 2019 a 5 anni di carcere per associazione con finalità di terrorismo, venne assolto e scarcerato un anno dopo in appello. Durante la detenzione a Ferrara, era finito per 15 giorni in isolamento: si era rifiutato di sottoporsi alle procedure di identificazione, foto e impronte.
Sempre militante del movimento anarchico, aveva partecipato a mobilitazioni anti-militariste e anti-carcerarie e denunciato per reati di piazza: violenza privata, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, furto, danneggiamento, occupazione. Tanto che a riconoscerlo, da morto, è stata la Digos.
Lo stesso vale per Sara Ardizzone, nota alle forze dell’ordine per precedenti di polizia: reati commessi nel corso di manifestazioni e delitti aggravati dalla finalità di terrorismo. Trentasei anni, romana, l’ultima traccia su Linkedin la racconta commessa di Decathlon. Prima era stata operatrice sociale alla cooperativa “Il cerchio”, a Spoleto. È lì, attorno al “Circolaccio anarchico” e poi a “La faglia” di Foligno, che nasce e si nutre la sua militanza. Secondo fonti investigative, Ardizzone «rivestiva un ruolo primario anche all’interno del movimento anarchico insurrezionalista nazionale, partecipando attivamente alle iniziative e assumendo frequentemente condotte fortemente istigatorie e apologetiche».
Negli anni umbri viveva in una piccola frazione del comune di Sant’Anatolia di Narco. «Era solitaria e in paese nessuno la conosceva, nemmeno i vicini», racconta il sindaco Tullio Fibraroli. I compagni invece andavano a trovarla.
Nel 2023 era stata indagata con obbligo di firma per l’assalto di un anno prima al gazebo della Lega di Massa Carrara. A Perugia, lo scorso anno, era invece stata prosciolta, come gli altri anarchici indagati, dall’inchiesta “Sibilia”, condotta per cinque anni contro la rivista anarchica, considerata clandestina, Vetriolo, su cui era apparso pure uno scritto dal carcere di Cospito, contro scritte murali e striscioni e il danneggiamento di alcuni veicoli di Poste italiane a Foligno durante uno sciopero della fame anti-carcere. La procura ipotizzava l’istigazione a delinquere con la circostanza aggravante della finalità di terrorismo. Ma era finita con il non luogo a procedere. Durante l’udienza preliminare, con Cospito co-imputato e collegato dal carcere di Sassari, Sara Ardizzone aveva letto il suo proclama contro il 41 bis: «Sono anarchica. Sempre per l’anarchia».