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Ordigni e sabotaggi per alzare la pressione su Cospito: cosa c’è dietro la morte degli anarchici

Esplosione al parco degli acquedotti, due morti, la polizia indaga sulla pista anarchica.Roma. 20 marzo 2026. Vincenzo Tersigni / F3 Press 

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L’ombra di una campagna di azioni dimostrative per il condannato al 41 bis: a maggio si deciderà sul rinnovo del carcere duro
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Preparavano un attentato, un’azione dimostrativa per Alfredo Cospito, l’anarchico al 41 bis sul quale a maggio si deciderà del rinnovo del carcere duro. Non volevano uccidere: le loro sono sempre state azioni dimostrative, non colpiscono per fare stragi. L’obiettivo, semmai, sarebbe stato simbolico: un mezzo di una multinazionale, una società che vende armi, un tribunale, come accadde a Pisa.

Qualcosa però è andato storto. Maneggiavano un esplosivo che non conoscevano: un diserbante agricolo, la stessa sostanza che compare in altri contesti, utilizzato da jihadisti e lupi solitari, ma che in quell’ambiente non è mai stato davvero usato. È possibile che abbiano cercato istruzioni su Internet o che qualcuno glielo abbia messo tra le mani. Ne avevano in grande quantità: troppo, secondo chi indaga, per una sola azione. Da qui il sospetto che non si trattasse di un episodio isolato, ma dell’inizio di una campagna per riportare l’attenzione su Cospito.

Per capire bisogna tornare indietro. N…

Preparavano un attentato, un’azione dimostrativa per Alfredo Cospito, l’anarchico al 41 bis sul quale a maggio si deciderà del rinnovo del carcere duro. Non volevano uccidere: le loro sono sempre state azioni dimostrative, non colpiscono per fare stragi. L’obiettivo, semmai, sarebbe stato simbolico: un mezzo di una multinazionale, una società che vende armi, un tribunale, come accadde a Pisa.

Qualcosa però è andato storto. Maneggiavano un esplosivo che non conoscevano: un diserbante agricolo, la stessa sostanza che compare in altri contesti, utilizzato da jihadisti e lupi solitari, ma che in quell’ambiente non è mai stato davvero usato. È possibile che abbiano cercato istruzioni su Internet o che qualcuno glielo abbia messo tra le mani. Ne avevano in grande quantità: troppo, secondo chi indaga, per una sola azione. Da qui il sospetto che non si trattasse di un episodio isolato, ma dell’inizio di una campagna per riportare l’attenzione su Cospito.

Per capire bisogna tornare indietro. Nel 2003 compare per la prima volta la sigla Fai, Federazione anarchica informale. Da allora rivendica plichi esplosivi e attentati in tutta Italia. L’indagine della Digos di Torino, battezzata «Scripta Manent», ne ricostruisce una lunga sequenza: l’esplosione al parco Ducale di Parma nel 2005; il pacco bomba al sindaco di Bologna Sergio Cofferati; la busta esplosiva alla redazione torinese di CronacaQui, gli ordigni a basso potenziale nella notte tra il 2 e il 3 giugno 2006 davanti alla scuola allievi carabinieri di Fossano. Nessuna vittima. È una linea che attraversa tutta la storia dell’anarchismo insurrezionalista italiano: colpire, ferire, danneggiare, sabotare, ma senza stragi.

Quella storia, per Cospito, si chiude nel 2023 con una condanna a 23 anni. Nel frattempo l’anarchico diventa un simbolo. Il suo nome esce dalle carte giudiziarie e si trasforma in parola d’ordine. La detenzione al 41 bis diventa il coagulo dell’area anarchica più radicale. «Il 41 bis impiegato contro i rivoluzionari è una tra le principali espressioni dell’offensiva repressiva», si legge nel volantino che annuncia presidi per Cospito a Carrara e Pisa. Non è solo propaganda. È una traccia. Nello stesso testo s’invita a «tornare in piazza contro il 41 bis» e si rivendica la necessità di sostenere «le ragioni dell’azione diretta e rivoluzionaria». Ed è dentro questo schema che anche le azioni trovano un senso: le manifestazioni da una parte, i sabotaggi e gli attentati dimostrativi dall’altra. Due piani distinti ma che si tengono insieme. Le bombe — o i tentativi di costruirle — come moltiplicatore di visibilità e pressione. Non c’è una regia unica, ma una spinta comune a farsi notare. La relazione annuale dell’intelligence descrive proprio questo scenario: una minaccia interna fluida, priva di gerarchie, capace di attivarsi su singoli obiettivi mantenendo una coerenza complessiva.

Negli ultimi mesi le azioni si sono ripetute, soprattutto contro le ferrovie. Sabotaggi semplici, tecnicamente elementari: cavi tagliati, guasti provocati, rallentamenti. Una rivendicazione anarchica è stata accertata, un’altra resta sullo sfondo, più come adesione che come firma. Il bersaglio è sempre lo stesso: infrastrutture simboliche, legate al racconto delle Olimpiadi, delle grandi opere, dello sfruttamento.

Stavolta c’è un’altra scadenza: maggio. Quando si deciderà sul rinnovo del 41 bis, la pressione potrebbe aumentare ancora. Non necessariamente cambiando natura, ma intensificandosi: più episodi, più visibilità, più azioni diffuse.

Roma, allora, non è soltanto quello che è successo. È quello che rischia di arrivare. Perché, se è vero che l’anarchismo insurrezionalista italiano non ha mai costruito campagne omicidiarie strutturate, è altrettanto vero che ogni fase di mobilitazione porta con sé un margine di imprevedibilità. Soprattutto quando qualcuno prova a fare un passo in più senza averne davvero gli strumenti. O, forse, spinto da altri.

«Ai servi del potere dico una cosa sola: potete tenermi in galera per il resto della vita ma rassegnatevi, non riuscirete a togliermi la coerenza e il rispetto di me stesso, né tanto meno il piacere e la voglia di combattervi». Parole che spiegano perché, per quella galassia, Cospito oggi è molto più di un detenuto. È un simbolo. E, come tutti i simboli, un possibile detonatore.

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