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Famiglia bosco, relazione dello psichiatra Cantelmi: “Assistente sociale assente, bambini scioccati”

Catherine Birmingham e Nathan Trevallion all'uscita della casa accoglienza venerdì 6 marzo scorso 
I periti della difesa ricostruiscono il venerdì dell’allontanamento di Catherine dalla casa accoglienza: “Aggrappati alla madre con le unghie e i denti, sguardi fissi, mordevano la giacca. Ora i tre figli devono essere curati per il trauma ricevuto”
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ROMA – “La combinazione del ricongiungimento familiare e degli interventi terapeutici può garantire ai minori una prospettiva di recupero e la possibilità di ristabilire i processi evolutivi coerenti, funzionali e non frammentati”. Si conclude con “processi frammentati”, a pagina 14, l‘ultima relazione psichiatrico-psicologica della difesa della famiglia nel bosco, firmata dal professor Tonino Cantelmi e dalla dottoressa Martina Aiello.

Il testo punta a destrutturare il racconto dell’assistente sociale e della responsabile psicoterapeuta della struttura protetta di Vasto, che ha illustrato come i bambini fossero calmi e disponibili, dopo l’allontanamento – lo scorso 6 marzo – della madre Catherine Birmingham.

La relazione intera, e non frammentata, …

ROMA – “La combinazione del ricongiungimento familiare e degli interventi terapeutici può garantire ai minori una prospettiva di recupero e la possibilità di ristabilire i processi evolutivi coerenti, funzionali e non frammentati”. Si conclude con “processi frammentati”, a pagina 14, l‘ultima relazione psichiatrico-psicologica della difesa della famiglia nel bosco, firmata dal professor Tonino Cantelmi e dalla dottoressa Martina Aiello.

Il testo punta a destrutturare il racconto dell’assistente sociale e della responsabile psicoterapeuta della struttura protetta di Vasto, che ha illustrato come i bambini fossero calmi e disponibili, dopo l’allontanamento – lo scorso 6 marzo – della madre Catherine Birmingham.

La relazione intera, e non frammentata, si occupa degli effetti sui bambini dopo il venerdì della separazione definitiva e sottolinea, in partenza, come l'allontanamento sia stato eseguito “il giorno coincidente con la programmazione della consulenza tecnica mirata all'osservazione dei minori, alla valutazione delle dinamiche genitore-figli e alla somministrazione di test psicodiagnostici al padre e alla madre”. Sì, la notizia della decisione del Tribunale per i minorenni ha regalato ai coniugi impegnati nei test “profonda destabilizzazione, confusione e sofferenza”. I genitori, “mostrando una notevole capacità di autocontrollo e perseverando nello spirito di collaborazione”, hanno effettuato il test Mmpi 2, composto da 570 item.

"Solo quattro incontri, senza interprete”

E’ emerso, quindi, che i quattordici mesi che hanno preceduto la perdita di potestà genitoriale di Nathan Trevallion e la moglie, “è consistito in quattro incontri, senza interprete e senza mediatore culturale, in due occasioni alla presenza delle forze dell'ordine”. Per i quattro mesi con Catherine e i tre figli in struttura, “l'assistente sociale non aveva avuto contatti, né colloqui con i minori, né con la loro madre” e si era limitata a rileggere “quanto relazionato dalla responsabile della casa-famiglia”.

L’assistente, è l’accusa, non ha aiutato i genitori a colmare una lacuna burocratica sul piano della certificazione scolastica della figlia maggiore, si è limitata “a un approccio contestativo nei confronti dei genitori”. Solo al termine del colloquio, quel venerdì, “nel tardo pomeriggio” e “su sollecitazione dei legali”, l'assistente D’Angelo rendeva noto “la sua determinazione ad allontanare in quel momento la madre per dare seguito all'ordinanza emessa in mattinata”. Anche la curatrice e la tutrice dei minori, le avvocate Marika Bolognese e Maria Luisa Palladino, ritenevano quell’allontanamento serale “non adatto al benessere dei minori”, minori che “ancora non erano stati informati (pur essendo nota l'ordinanza dalla mattina) e che, visto l'orario, si accingevano a trascorrere il momento più problematico della giornata senza il loro unico punto di riferimento”.

"D’Angelo e Fiorillo lontane dai bimbi”

I modi dell'assistente sociale hanno reso “ancor più evidenti e chiare le difficoltà che i genitori hanno incontrato nel loro travagliato percorso e ciò che evidentemente ha determinato in larga parte il doloroso e traumatico esito, tuttora in atto”. La gestione del “drammatico passaggio” non è stata “minimamente coadiuvata” dalla dottoressa D’Angelo e dalla collega coordinatrice, Lucia Fiorillo. Per l’intera durata della separazione, sono rimaste distanti dai bambini, “in un ambiente limitrofo, diviso da una porta semi-aperta”. La presenza attiva dell'assistente sociale le avrebbe consentito “di rilevare in maniera diretta le condizioni psicologiche dei minori, i quali, in uno stato di shock emotivo e profonda agitazione, risultavano incapaci di riconoscere e soddisfare i propri bisogni primari, tra cui il senso di fame, nonostante l'ora tarda”. La tavola apparecchiata con alimenti “particolarmente graditi ai bambini” è rimasta “completamente intatta”.

"Piccola febbricitante, maschio catatonico”

La piccola di 7 anni,, in quel momento febbricitante, “si è aggrappata alla madre con i denti e con le unghie in preda a una crisi di pianto violenta, durata tutto il tempo che è intercorso dalla comunicazione all'allontanamento della madre”. Il gemello maschio “mostrava chiari segni di shock emotivo quale conseguenza di un'esperienza acuta di paura, perdita, separazione improvvisa ed evento percepito come minaccioso e luttuoso”. Il bambino “mostrava uno sguardo immobile, fisso, congelato; era in uno stato di distacco, assente; non rispondeva quando gli veniva chiesto se avesse compreso quanto stesse accadendo; aveva movimenti automatizzati e meccanici, lungi da poter minimamente apparire, queste, attività di disegno, gioco e svago”.

Infine, lo stato d’animo della maggiore, “sguardo perso, incapace di esprimere emozioni, chiedere spiegazioni o rassicurazioni, impegnata in comportamenti di autoconforto compulsivo, ossia mordere e succhiare la giacca”. L'allontanamento improvviso o non mediato del minore dal proprio genitore, scrivono Cantelmi e Aiello, “interferisce drammaticamente sulle traiettorie emotive, relazionali, cognitive e neurobiologiche”. I due periti ipotizzano ripercussioni sul futuro: “La separazione improvvisa dalla figura di attaccamento è un evento traumatico di estrema gravità, capace di intaccare i sistemi neurobiologici deputati alla regolazione emotiva, di incrementare l'ipervigilanza, attivare risposte di dissociazione e generare regressioni comportamentali¹.

A fronte delle indicazioni della casa protetta, offerte immediatamente dopo il 6 marzo, quella lacerazione “non consente assolutamente di ritenere plausibile un miglioramento delle condizioni psicologiche dei bambini a distanza di qualche giorno”. L’apparente calma può essere data “da fenomeni dissociativi”. Tali stati "possono essere erroneamente interpretati come tranquillità o adattamento da operatori non adeguatamente preparati”. Questa reazione di un bambino, si legge, mostra “un temporaneo distacco dalla propria esperienza emotiva per proteggersi da un dolore insopportabile”. Anche il silenzio, "spesso interpretato come collaborazione o serenità, è in realtà espressione di shock, ritiro emotivo o , ancora peggio, indicativo di una condizione di paura per quello che ancora potrebbe succedere”.

"Peggioramento acuto quadro psicologico”

In conclusione, "sulla base degli elementi clinici disponibili e del patrimonio scientifico riconosciuto a livello internazionale, si ritiene che l'allontanamento della madre abbia inevitabilmente generato un peggioramento acuto del quadro psicologico dei minori e che non sia in alcun modo plausibile osservare un miglioramento dopo qualche giorno da tale evento, come incomprensibilmente sostenuto”.

La perdita della presenza di Catherine "ha costituito per i minori un evento traumatico di eccezionale intensità, inserito in un quadro di sofferenza già marcato e preesistente”.

In conclusione, “il rischio che la disorganizzazione affettiva, il ritiro, l'ipoespressività emotiva e le condotte di autoregolazione disfunzionale divengano tratti consolidati all'interno di quadri clinici e personologici gravemente patologici”.

La permanenza prolungata nelle condizioni attuali "costituisce essa stessa un elemento patologico poiché favorisce la cristallizzazione degli effetti del trauma e ne consolida le manifestazioni più disfunzionali“. In questo contesto, “il trauma non solo persiste, ma tende a strutturarsi nel tempo, trasformandosi da risposta acuta a configurazione stabile del funzionamento emotivo comportamentale”, con il rischio che diventino “tratti consolidati all'interno di quadri clinici e personologici gravemente patologici”.

"Ripristino figure affettive”

Di conseguenza, il primo obiettivo nell'interesse superiore dei minori “deve essere il ripristino della continuità relazionale con le figure affettive significative, unica fonte riconosciuta di stabilità nella loro esperienza esistenziale”. Ecco, II ricongiungimento del nucleo familiare non rappresenta soltanto “un atto di tutela affettiva”, ma un intervento clinicamente necessario “per consentire ai minori di reintegrare una base sicura e di interrompere la spirale disorganizzante del trauma”.

Parallelamente, “si rende imprescindibile l'attivazione di un percorso terapeutico specializzato, condotto da professionisti con acclarate competenze in trauma infantile”.

Autolesionismo e regressione

La lunga interpretazione del venerdì del lacerante distacco, si inserisce dopo due pagine che hanno fotografato lo stato emotivo dei tre bambini alla data del 2 febbraio scorso, dopo due mesi di vita in struttura protetta. A quella data, secondo la relazione tecnica, già si scorgevano “segni e sintomi di alterazione dell'equilibrio psicologico, corrispondenti a comportamenti autolesionistici (mordere le mani e gli oggetti fino a provocare lesioni alle mani e ai denti), regressivi (dondolii, mordere oggetti o tessuti quali pigiami o lenzuola, enuresi notturna), afinalistici (attività motorie caotiche o improvvise non finalizzate a uno scopo; azioni distruttive e disorganizzate non finalizzate al gioco o alla comunicazione; versi e suoni gutturali); stati emotivi disfunzionali e intensi, difficili da gestire, ossia ansia, ipervigilanza, esplosioni di rabbia, angoscia, tristezza profonda, irritabilità, intolleranza ed espressioni di disagio costante; alterazioni dell'immagine di sé (autocolpevolizzazione, senso di inadeguatezza e scarsa amabilità personale) e dell'altro (difficoltà a fidarsi degli adulti); evidenti difficoltà di adattamento al contesto della struttura, percepito come punitivo, non rassicurante a tal punto da aumentare il ricorso alla chiusura, all'evitamento e all'oppositività, nonché il mancato rispetto delle regole e la distruzione di oggetti presenti negli ambienti circostanti (vasi, armadi); gravi somatizzazioni (rush cutanei, disturbi del sonno, alterazione della percezione fame-sazietà, agitazione psicomotoria).

Su questa base è arrivato l’ultimo “grave strappo”, venerdì 6 marzo. Con ulteriori conseguenze per i tre bambini Trevallion-Birmingham

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