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Almasri, la denuncia degli esperti Onu: “Il suo potere non è finito. E lavora a una cyberarmata”

(ansa)

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L’ex comandante della polizia giudiziaria, che Roma ha rispedito a Tripoli nonostante un mandato di cattura della Corte penale internazionale, è stato arrestato mesi fa. Ma mantiene intatta la sua rete di potere
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Il regno di Osama Najim Almasri non è finito, le sue reti di potere non sono crollate, anzi si sono evolute e adesso sconfinano nel mondo cyber. È tra le pieghe del nuovo rapporto del panel of experts dell’Onu che emerge la nuova vita dell’ex comandante della disciolta polizia giudiziaria di Tripoli, che la Corte penale internazionale avrebbe voluto in manette per crimini di guerra e contro l’umanità e l’Italia ha riportato a casa.

“La riconsegna di Osama Najim in Libia nel gennaio 2025 – affermano gli esperti, nella bozza finale del documento - ha contribuito alla diffusa percezione, tra vittime e avvocati, che i meccanismi internazionali di responsabilità siano stati inefficaci e irrilevanti”. Arrestato mesi fa per ordine della procura generale di Tripoli, da allora di lui ufficialmente non si è saputo più nulla. Ma il suo potere è tutt’altro che è esaurito.

“Vittime e testimoni – si legge nel rapporto – continuano a identificarlo come responsabile di arresti illegali, maltrattament…

Il regno di Osama Najim Almasri non è finito, le sue reti di potere non sono crollate, anzi si sono evolute e adesso sconfinano nel mondo cyber. È tra le pieghe del nuovo rapporto del panel of experts dell’Onu che emerge la nuova vita dell’ex comandante della disciolta polizia giudiziaria di Tripoli, che la Corte penale internazionale avrebbe voluto in manette per crimini di guerra e contro l’umanità e l’Italia ha riportato a casa.

“La riconsegna di Osama Najim in Libia nel gennaio 2025 – affermano gli esperti, nella bozza finale del documento - ha contribuito alla diffusa percezione, tra vittime e avvocati, che i meccanismi internazionali di responsabilità siano stati inefficaci e irrilevanti”. Arrestato mesi fa per ordine della procura generale di Tripoli, da allora di lui ufficialmente non si è saputo più nulla. Ma il suo potere è tutt’altro che è esaurito.

“Vittime e testimoni – si legge nel rapporto – continuano a identificarlo come responsabile di arresti illegali, maltrattamenti e torture nel lager di Mitiga, dell’uso di detenuti come lavoratori forzati o del loro reclutamento”. È questa la principale novità, forse la più inquietante. Almasri da mesi ormai cerca e assolda hacker. “Il reclutamento è parte della strategia di creazione di un’armata digitale che da tempo porta avanti il Dacot (Deterrence Apparatus for Combating Organized Crime and Terrorism)”, spiega il rapporto.

Struttura paraistituzionale che governava di fatto la polizia giudiziaria quando era Almasri a dirigerla, il Dacot, saldamente in mano a Abdelraouf Kara, vicino agli ambienti salafiti, è anche il salvagente a cui l’ex comandante sembra essere riuscito ad aggrapparsi per sopravvivere. Fisicamente e politicamente. Se la campagna antimilizie lanciata dal presidente Dbeibeh è riuscita a spazzare via le Ssa (Stability Support Apparatus) e il suo potentissimo capo Al Kikli “Gheniwa”, ucciso in un agguato, non ha minato il potere del Dacot. Al contrario, emerge dal rapporto, il gruppo è riuscito ad attrarre milizie che gravitavano attorno alle Ssa, come quelli guidati da Osama Tellish, Shalfouh e gli elementi lealisti della fazione Al-Madghouta, oltre a mantenere inalterata la roccaforte di Mitiga, così come l’accesso alle strutture detentive.

“Su ordine di Osama Najim – si legge nel rapporto - alcuni soggetti alti in grado, identificati dal panel, responsabili della gestione dei detenuti nel carcere di Mitiga, hanno fatto pressione sui prigionieri perché si unissero a loro in cambio della libertà, di una riduzione della pena o di benefici minori”. E per gli esperti c’è un cambiamento qualitativo importante: il reclutamento adesso è mirato. “Il Dacot si è concentrato sui detenuti con competenze specifiche nei settori dell'informatica, dell'ingegneria o della sicurezza informatica”. È la nuova frontiera della guerra ibrida, dentro e fuori la Libia. “Questi detenuti sono stati poi costretti a gestire piattaforme di social media, inclusa la produzione e la diffusione di contenuti personalizzati per ripulire l'immagine di Dacot e screditare i suoi avversari”.

Agli esperti Onu che hanno chiesto spiegazioni, l’apparato governato da Kara si è limitato a negare qualsiasi responsabilità su quanto succeda all’interno di Mitiga, affermando di essere solo responsabile della sicurezza esterna della struttura, “tuttavia – si segnala nel rapporto - non ha fornito alcuna prova a sostegno per confutare le conclusioni della Commissione, supportate da un'ampia documentazione e da testimonianze indipendenti”. Amara è la conclusione a cui arrivano gli esperti. “Atti che minacciano la pace, la sicurezza e la stabilità in Libia persistono su larga scala con flagrante impunità”.

Nel Paese “i gruppi armati sono diventati l'attore principale che ha plasmato gli esiti della governance nello Stato libico attraverso tattiche coercitive e non diverse da quelle usate dai cartelli”. E non c’è ambito che possa dirsi immune. “Tutte le istituzioni competenti sono state costrette a operare in un contesto che proteggeva e consentiva a questi gruppi armati di perseguire esclusivamente i propri interessi e di affermare l'egemonia sullo Stato libico, poiché tutti i meccanismi di controllo e responsabilità sono stati resi inefficaci”.

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