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Migranti, nuovo fermo per Sea Watch. Annullato quello alla Geo Barents, ma la nave non c’è più

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Msf è stata costretta a pensionarla un anno fa anche per stop e multe che in due anni l’hanno colpita. In Tunisia ancora un naufragio
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Venti giorni di stop e diecimila euro di multa per Sea Watch 5, l’ennesimo provvedimento annullato per Geo Barents, che per Medici senza frontiere che la armava è vittoria solo morale: anche per la pioggia di provvedimenti che l’hanno raggiunta, la grande nave è stata pensionata quasi un anno fa.

Mentre dal Mediterraneo arriva l’eco dell’ennesimo naufragio, con sedici morti e venti dispersi dopo il ribaltamento di un barchino di ferro partito da Sfax, il decreto Piantedosi – da oltre tre anni mannaia amministrativa che obbliga la flotta civile a un unico soccorso e rispettare i spesso lontanissimi porti assegnati – continua a bloccare le navi in porto.

Fermata Sea Watch dopo l’ingresso a Trapani

A Sea Watch 5, che non più tardi di un mese e mezzo fa ha incassato l’annullamento di un altro stop più un maxi-risarcimento per il sequestro illegittimo della sua Tre, il Viminale non ha “perdonato” l’aver dichiarato lo stato di necessità, la comunicazione con cui il comandante certifica l’im…

Venti giorni di stop e diecimila euro di multa per Sea Watch 5, l’ennesimo provvedimento annullato per Geo Barents, che per Medici senza frontiere che la armava è vittoria solo morale: anche per la pioggia di provvedimenti che l’hanno raggiunta, la grande nave è stata pensionata quasi un anno fa.

Mentre dal Mediterraneo arriva l’eco dell’ennesimo naufragio, con sedici morti e venti dispersi dopo il ribaltamento di un barchino di ferro partito da Sfax, il decreto Piantedosi – da oltre tre anni mannaia amministrativa che obbliga la flotta civile a un unico soccorso e rispettare i spesso lontanissimi porti assegnati – continua a bloccare le navi in porto.

Fermata Sea Watch dopo l’ingresso a Trapani

A Sea Watch 5, che non più tardi di un mese e mezzo fa ha incassato l’annullamento di un altro stop più un maxi-risarcimento per il sequestro illegittimo della sua Tre, il Viminale non ha “perdonato” l’aver dichiarato lo stato di necessità, la comunicazione con cui il comandante certifica l’impossibilità di garantire la sicurezza a bordo della nave, per chiedere l’ingresso in porto a Trapani.

Durante l’ultima missione, per ordine del tribunale per i minorenni di Palermo, nel porto siciliano erano sbarcati poche ore prima trenta fra adolescenti non accompagnati e famiglie con bimbi piccoli. Tutti gli altri, secondo il Viminale, avrebbero dovuto raggiungere Marina di Carrara, a oltre 1.100 chilometri e quattro giorni di navigazione, per altro in mezzo alla tempesta. Per questo, più e più volte da bordo avevano chiesto di far scendere a terra anche l’ultima cinquantina di naufraghi rimasti, le cui condizioni fisiche e soprattutto psicologiche stavano rapidamente precipitando.

Le difficili condizioni a bordo

Soccorsi in due diverse operazioni, entrambe complesse per le condizioni del mare e l’instabilità delle carrette su cui viaggiavano, tutti provati da ustioni, mal di mare, giorni passati senza né bere, né mangiare, mentre Sea Watch5 navigava verso Nord avevano già visto sbarcare nove persone, evacuate d’urgenza a Lampedusa per emergenza medica, più altri trenta davanti a Trapani. Per i naufraghi, motivo di ansia, tensione, paura a dispetto di tutte le rassicurazioni dell’equipaggio. Chi ha alle spalle anni di detenzione illegale nei lager libici e magari catture durante falliti tentativi di fuggire da quell’inferno, inizia a temere di essere ancora una volta riportato indietro, a una quotidianità di vessazioni e torture che più di una volta tanto l’Onu, come gli organismi indipendenti hanno certificato. Da Sea Watch5 non hanno potuto far altro che dichiarare lo stato di necessità, a tutela della sicurezza di tutti. “Ci siamo trovati di fronte a istruzioni incompatibili con il diritto internazionale e gli obblighi umanitari. Obbedire e raggiungere Marina di Carrara avrebbe messo in pericolo sia le persone soccorse, sia i membri dell'equipaggio – spiegano dall’ong tedesca - il rifiuto però comporta sanzioni”.

L’accusa del Viminale: “Non avete informato i libici”

Per il Viminale ragioni non sufficienti, così come non sufficienti sarebbero attacchi, minacce e intimidazioni che Sea Watch con le sue navi ha subito dalla Guardia costiera libica per giustificare la decisione di non informare le autorità di Tripoli delle operazioni di salvataggio in corso. È misura di sicurezza che diverse ong attive nel soccorso in mare, oggi riunite nella Justice Fleet, hanno adottato già mesi fa, ma anche una presa di posizione politica: “è impossibile collaborare con chi viola il diritto internazionale e obbliga altri attori a farlo”. Ed è esattamente una delle motivazioni che ha portato il tribunale di Salerno ad annullare il fermo che nell’agosto 2024 aveva raggiunto Geo Barents.

La vittoria amara di Geo Barents

Nell’agosto 2024, l’equipaggio stava soccorrendo un barchino in difficoltà quando è arrivata la Guardia costiera libica, che in precedenza mai aveva risposto alle comunicazioni. L’equipaggio ha proceduto con le operazioni di soccorso, il barcone era a rischio, aspettare ancora – ha detto subito Msf – sarebbe stato impossibile secondo il diritto internazionale. Oggi lo ha confermato anche nel merito il tribunale di Salerno, ma all’epoca in Italia è stato sufficiente per bloccare la nave, costringerla in porto per sessanta giorni e a onerosi procedimenti legali per la revoca del provvedimento.

Il pensionamento obbligato della nave di Msf

La grande nave di Medici senza frontiere non esiste più, o meglio non è più attiva nelle missioni di soccorso nel Mediterraneo. Troppo grande, troppo costosa, inseguita dopo quasi ogni missione da provvedimenti di fermo – tutti annullati, tranne uno per il quale il procedimento è ancora pendente – la Geo Barents è stata pensionata più di un anno fa, per essere sostituita da Oyvon, imbarcazione più piccola e veloce. Ecco perché la vittoria al tribunale di Salerno “è importante”, spiegano da Msf, ma ha quasi un retrogusto amaro. “Si tratta di un'altra sentenza che ribadisce il dovere di salvare vite in mare e mette in luce l'ostruzionismo sistematico delle autorità italiane nei confronti delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale” dice Juan Matías Gil, capomissione di Msf per la ricerca e soccorso in mare. “Eppure, nonostante le ripetute vittorie in tribunale, gli operatori e le operatrici umanitari coinvolti nelle operazioni di ricerca e soccorso continuano a subire vessazioni amministrative e a essere criminalizzati, mentre le persone continuano ad annegare a causa delle politiche fallimentari dell’Europa in materia di migrazione e soccorso”.

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